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| Communicanda
III - 1997-2003 |
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Scopriamo il vino migliore alla fine
Riflessioni
sulla terza età
COMMUNICANDA N°
3
8 dicembre 2000
N° Prot.
0000 0265/99
Carissimi confratelli,
1. Saluto tutti fraternamente in Cristo Gesù. I membri
del Consiglio Generale si uniscono a me per
porgervi i nostri più cordiali auguri per
un nuovo anno ripieno di abbondanti benedizioni.
La grazia del Signore sia sempre con voi.
Nella seconda Communicanda
del Consiglio Generale, Guai a me se non annunciassi
il Vangelo (14 gennaio 1999), manifestavo
l’intenzione di inviare in seguito una lettera
sul tema riguardante le necessità spirituali
proprie alla ‘terza età’ (n° 41). La presente
riflessione vuole essere una risposta a questo
impegno.
2. Anzitutto lasciate che spieghi che cosa intendo con
la parola terza età. Se è vero che la prima
età è quella dell’educazione, la seconda è
segnata dalla produzione e dal lavoro, la
terza età spesso viene usata in riferimento
al periodo della vita di una persona che ha
terminato il suo lavoro principale. Anche
se penso sopratutto a voi che avete iniziato
a vivere la terza età, il mio messaggio è
indirizzato a ciascun confratello della Congregazione.
Senza tener conto dell’età, come ci ricorda
la Costituzione 55, siamo tutti fratelli della
stessa famiglia e condividiamo la medesima
vocazione: ognuno di noi è un missionario
e tale rimane per tutta la vita. Ad ogni tappa
della nostra esistenza e in qualunque situazione,
dobbiamo sforzarci di vivere più profondamente
la nostra consacrazione religiosa. Ancor più,
ecco dunque la legge fondamentale per la vita
dei congregati: vivere nella comunità e, per
mezzo della comunità, svolgere l’attività
apostolica (Costituzione 21). La stessa Costituzione
aggiunge che la comunità non è solo unione
materiale di persone, è anche comunione fraterna
di anime. Siamo chiamati a mettere in comune
le nostre forze e le nostre debolezze, i nostri
doni e i nostri limiti a favore della Missione
o del Carisma che dà un senso alla nostra
vita. Ogni comunità deve dunque affrontare
il problema dell’invecchiamento e delle sue
conseguenze per i missionari Redentoristi.
Perché questo problema?
3. Come altre società, la nostra Congregazione deve affrontare
una nuova realtà: il numero dei confratelli
anziani aumenta significativamente. Nel momento
in cui vi scrivo, tra i 5.569 confratelli
professi della Congregazione, 520 hanno 80
anni e oltre, mentre 948 sono entrati nel
loro settantesimo anno. Ciò significa che
il 26% della Congregazione supera i 70 anni.
Nonostante vi siano numerosi giovani – vi
sono più Redentoristi professi sui vent’anni
che sugli ottanta e oltre e più trentenni
che settantenni – la Congregazione non ha
mai avuto un numero così alto di membri anziani.
E’ un dato di fatto che nessuno tra noi può
ignorare. Tutto ciò ci presenta delle sfide
che dobbiamo affrontare per crescere insieme,
fedeli, quale comunità inviata a predicare
e testimoniare la Buona Novella del Regno.
4. I Redentoristi non solo vivono più a lungo, ma raggiungono
i 70 e gli 80 anni in uno stato di salute
migliore e con maggiore energia che nel passato.
D’altra parte è necessario offrire cure sanitarie
ai Redentoristi gravemente malati.
Ma la sfida più grande per
i Redentoristi anziani non consiste nell’affrontare
problemi di salute, ma piuttosto vivere la
loro consacrazione religiosa, sopratutto quando
sono obbligati a limitare e, talvolta, sospendere
le loro attività pastorali ordinarie. In questo
periodo della vita, ridefinire o riorganizzare
la propria identità concreta quali missionari
corre il rischio di sottovalutarsi ai propri
occhi.
5. Le culture hanno atteggiamenti differenti verso le
persone che stanno invecchiando o che sono
già anziane. Alcune hanno venerazione per
i propri vecchi; il solo fatto di raggiungere
una certa età conferisce alla persona una
dignità che invita al rispetto della comunità.
Ciò che per me è inquietante è la cultura
mondiale emergente che idolatra la giovinezza,
l’energia e la duttilità e trascura o tenta
di 'nascondere’ gli anziani. Tale prospettiva
culturale è causa di grande angoscia al punto
che molti fanno tutto ciò che possono per
'rimanere’ giovani. Si incoraggiano le persone
anziane o in via di diventarlo ad abbandonare
il mondo del mercato del lavoro e della politica.
Devono essere accuditi o messi da parte, ma
certamente non presi sul serio, né stimolati
a continuare nella collaborazione con la società.
Sopratutto per gli uomini, lavoro e rendimento
sono talmente legati che, quando qualcuno
non ne è più capace, sembra che la stessa
vita non abbia più senso. E, finalmente, la
morte è diventata tabù. Non se ne deve mai
parlare nella buona società e certamente non
come un passaggio al quale tutti devono prepararsi
coscienziosamente.
La situazione nella Congregazione
6. Dobbiamo riconoscere che la Congregazione viene certamente
influenzata da questa ambivalenza verso gli
anziani. In alcune regioni del mondo, la mentalità
secolarizzata della 'pensione’ colpisce fortemente
la vita dei Redentoristi. Dovrebbe essere
chiaro che le funzioni di un confratello dovrebbero
cessare quando raggiunge una certa età. In
alcuni casi, i Redentoristi anziani sono liberati
da responsabilità importanti nella comunità,
qualunque sia il loro stato fisico e mentale.
Alcuni Redentoristi considerano la pensione
come un diritto acquisito e conseguentemente,
ad una certa età, si aspettano di essere liberati
dai doveri della comunità, per seguire i propri
interessi. Vi sono delle province nel mondo
sviluppato dove il fatto di ricevere la pensione
è diventato un problema spinoso quando i confratelli
considerano questa entrata come proprietà
personale. A volte le sole preoccupazioni
che hanno gli anziani sono i problemi che
riguardano la salute, mentre vengono trascurati
i bisogni spirituali specifici a questa tappa
della vita.
7. Quando io e gli altri membri del Consiglio Generale
visitiamo le province, spesso siamo edificati
da confratelli anziani. Con il tempo intensificano
la loro identità missionaria. Sono capaci
di condividere con gli altri, specialmente
con i giovani, la saggezza acquisita. Ogni
anno ricevo lettere dei nostri giubilari,
fratelli o padri, che celebrano i 50 anni
e più di vita nella Congregazione. Sono lettere
piene di riconoscenza, di umiltà e di zelo.
A volte sono talmente commosso che condivido
la loro testimonianza con i membri del Governo
Generale.
8. Malauguratamente, il solo fatto di essere anziani
non garantisce di avere questi sentimenti.
Durante le visite incontriamo anche Redentoristi
delusi, disincantati e a volte persino amari.
Ancor più commoventi sono i confratelli angosciati
per i cambiamenti rapidi sperimentati nella
Chiesa e nel nostro Istituto. Alcuni pensano
che la Congregazione sia stata infedele al
proprio carisma e alla sua missione nella
Chiesa e concludono dicendo che Dio ha abbandonato
la Congregazione.
9. Sono queste alcune situazioni e inquietudini che mi
hanno spinto a scrivere questa lettera. Vorrei
offrire alcune riflessioni alla luce dell’ultimo
Capitolo Generale che ci raccomanda di: "rileggere
tutte le dimensioni della nostra vita a partire
dalla prospettiva della spiritualità"
(Messaggio finale, n. 5). Lo scopo che mi
prefiggo è quello di invitare ciascuno di
voi a riflettere su: "in che modo nutriamo
ed esprimiamo la nostra relazione con Gesù
Cristo" (Messaggio finale n. 3), come
comunità, in questi ultimi anni? Quali sono
le sfide della conversione per seguire Gesù
più intimamente in tutte le tappe della nostra
vita missionaria?
10. Ci sono anche ragioni personali che motivano questa
lettera. Ho avuto il privilegio e la grazia
di trascorrere i miei primi anni nella Congregazione
assieme a un buon numero di magnifici confratelli
della terza età. Le loro parole e il loro
esempio continuano ad influenzarmi ancora
oggi. Questi Redentoristi hanno condiviso
con me il loro segreto di predicatori. Mi
hanno legato alla storia della mia Provincia.
Mi hanno insegnato ad amare la Congregazione
e ad aver fiducia nel suo futuro. La maggior
parte di essi sono morti e io prego affinché
possano gustare completamente la dolcezza
di Dio. In segno di riconoscenza, dedico questa
lettera a tutti questi testimoni fedeli, nella
speranza che le riflessioni in essa contenute
mi aiutino ad essere un buon Redentorista
nei miei ultimi giorni, affinché anch’io possa
aiutare un giovane confratello all’inizio
del suo pellegrinaggio.
La vita come un pellegrinaggio
11. Il pellegrinaggio è un’esperienza sacra che si trova
nella maggior parte delle grandi religioni
e in molte culture. E’ interessante constatare
che la nozione di pellegrinaggio continua
ad essere presente in certe società dove le
altre espressioni religiose tradizionali sono
sparite sotto l’influsso della secolarizzazione.
Può darsi che sia così poiché il pellegrinaggio
è una sorta di paradigma sul modo in cui gli
uomini fanno l’esperienza della vita stessa.
Percepiamo infatti, o almeno speriamo che
le nostre vite non siano intese semplicemente
come il prodotto di una combinazione casuale
di atomi, di un destino cieco o di pulsioni
biologiche. Intuiamo che le nostre vite iniziano
in un luogo e che andiamo verso qualche parte.
Come pellegrini che camminano in direzione
di un santuario invisibile, così noi scegliamo
di dare un senso al nostro viaggio della vita
'camminando’ verso un luogo o una Persona
che spesso intravediamo soltanto "come
in uno specchio, in maniera confusa"
(1 Cor. 13, 12).
12. La santità del pellegrinaggio non è percepita semplicemente
all’arrivo della meta desiderata. La vocazione
al pellegrinaggio è anche vissuta ogni giorno,
in ogni ora, in ogni minuto del pellegrinaggio:
in ogni passo compiuto con fede. Percorrendo
il cammino della vita, prendiamo coscienza
di un paradosso: cambiamo radicalmente lungo
la strada, mentre rimaniamo sempre noi stessi.
Intendo dire che possiamo identificare tappe
importanti o parti conosciute dove passiamo
quando il cuore della nostra identità rimane
misteriosamente lo stesso. Una metafora comune
per questo paradosso è quella del giorno,
che ha un mattino, un mezzogiorno e una sera,
percepiti direttamente, ma ben saldi in una
sola unità. Anche se bene unita, ogni tappa
della vita possiede un valore autonomo che
deve essere apprezzato così com’è e non come
la preparazione alla fase seguente.
13. A volte può capitare che circostanze particolari possano
obbligare una persona a passare prematuramente
a una tappa successiva della vita. Penso al
trauma dei bambini che sono costretti dalla
povertà ad assumersi responsabilità da adulti,
come quello di provvedere alla famiglia o
di aver cura di un parente ammalato. Consideriamo
una tragedia quando una vita umana finisce
prematuramente, prima ancora che la persona
possa svilupparsi e 'vivere’ veramente. E
nel nostro cammino è anche possibile far resistenza
al passaggio da uno stato all’altro, come
l’adulto che desidera rimanere un eterno adolescente.
Ma tale lotta è inutile e frustrante, poiché
ci troviamo sempre di fronte all’evidenza
che, lo si voglia o no, stiamo di fatto attraversando
differenti tappe del cammino della vita. In
altre parole, siamo sempre posti davanti al
fatto del nostro invecchiamento.
14. La presa di coscienza dell’invecchiamento ha influenzato
autori spirituali così diversi tra loro come
Paolo apostolo e il Papa Giovanni Paolo II.
Paolo usa la metafora della crescita umana
o dell’invecchiamento per descrivere il progresso
del discepoli (p.e. 1 Cor. 3, 1-2; 13, 11).
Giovanni Paolo II, nella sua esortazione apostolica
Vita Consecrata (1996), stimola i religiosi
a riconoscere le diverse tappe della vita
e a non lasciare mai di lottare per progredire
umanamente e come persone consacrate, perché
"in alcuna tappa della vita ci si può
considerare come abbastanza sicuri di se stessi
e ferventi per escludere la necessità di sforzi
determinati per assicurare la perseveranza
nella fedeltà, così come non esiste età in
cui si possa vedere compiuta la maturazione
della persona" (n° 69).
15. Che cosa significa essere Redentorista quando uno non
è più in grado di svolgere un apostolato o
assumere delle responsabilità come quando
era più giovane? Grazie a Dio, la risposta
della Congregazione a questa situazione non
comincia con questa lettera. Molte (vice)province
hanno già programmi specifici come risposta
ad esigenze fisiche e affettive dei confratelli
in età avanzata. Siamo in grado di offrire
una bibliografia importante di scrittori spirituali
contemporanei, anche Redentoristi, che studiano
le sfide proprie al discepolo della terza
età. Spero che i confratelli in particolare
e i governi (vice)provinciali siano al corrente
di tali risorse e se ne servano. Può darsi
che questa lettera ci sia di stimolo per pensare
al numero crescente di confratelli anziani
nella Congregazione, prendendo coscienza che
i loro bisogni vanno oltre le cure della salute
e il loro passatempo, giacché non si va in
pensione dalla propria professione religiosa:
la professione religiosa diventa l’atto decisivo
di tutta la vita missionaria dei Redentoristi
( Cost. 54).
16. Desidero porre un limite a queste riflessioni. Non voglio
trattare a fondo ciò che significa invecchiare.
Anzitutto mi fermerò a un elemento dell’invecchiamento:
quello del declino della vita. Dopo vedremo
se questa esperienza possa essere anche un’occasione
di progresso spirituale. Quanto segue può
essere sviluppato e arricchito da voi, sopratutto
dai confratelli più avanti negli anni, che
possono riflettere sulle esperienze della
vita con quella saggezza che si raggiunge
solo nella terza età. Mi auguro che la Congregazione
continui ad aiutare i Redentoristi della terza
età affinché possano approfondire il loro
impegno verso il Redentore, apprezzando il
loro modo speciale di vivere il nostro carisma.
Essere condotti là dove non vogliamo andare
17. Tra gli incontri dei discepoli con il loro Maestro risorto,
uno dei più commoventi è quello riferito nell’epilogo
del Vangelo di Giovanni. Il racconto parla
dell’apparizione di Gesù sulla spiaggia del
lago di Tiberiade. Questo racconto ha dei
dettagli accattivanti: l’errore dell’identità,
una pesca miracolosa, un’ondata impetuosa
e un pasto cotto sul posto. Il racconto continua
con la triplice professione di amore di Pietro
e la missione confidatagli dal Signore di
una vita di carità apostolica.
Allora Gesù gli dice in che
modo finirà quella vita rendendo gloria a
Dio:
In
verità, in verità ti dico:
quando
eri più giovane
ti
cingevi la veste da solo,
e
andavi dove volevi;
ma
quando sarai vecchio
tenderai
le tue mani,
e
un altro ti cingerà la veste
e ti porterà dove tu non vuoi.
(Gv. 21,18)
Quando medito questa scena,
cerco di immaginare Gesù mentre dice queste
parole a Pietro. Penso che Gesù guardasse
il suo amico negli occhi, parlandogli con
tenerezza e con una calma rassicurante. Il
Padre ha un progetto per Pietro. Non sarà
facile, ma la sua vita avrà un senso e un
valore. Pietro è invitato a una vita di carità
pastorale, ma ciò che 'renderà gloria a Dio’
sarà in effetti la sua morte. E le ultime
parole di Gesù rivolte a Pietro (Gv. 21, 19,
ripetute al versetto 22) sono le stesse delle
prime parole rivoltegli nei Vangeli (p.e.
Mc. 1, 17): Seguimi.
18. Vi sono numerosi tratti nella tappa della vita che stiamo
considerando in questa riflessione. Mi chiedo
se la descrizione profetica dell’età avanzata
di Pietro, ma quando sarai vecchio tenderai
le tue mani, e un altro ti cingerà la veste
e ti porterà dove tu non vuoi, non ci parli
eloquentemente di una caratteristica essenziale
di questa tappa della vita? La metafora dell’essere
limitati e condotti dove non si è scelto di
andare pare proprio la descrizione dell’esperienza
inevitabile delle persone della terza età.
La terza età e i suoi limiti
19. E’ facile constatare in certi confratelli i reali limiti
nelle loro sofferenze. Per essi, l’invecchiamento
significa l’inizio di una malattia che indebolisce,
costretti a letto e totalmente dipendenti
dagli altri. Ma non è forse vero per tutti
che, nonostante lo stato di salute, l’invecchiamento
comporta tutta una serie di perdite? Anche
nei casi di anziani vigorosi, c’è una profonda
presa di coscienza della natura transitoria
delle cose. Si ha l’impressione che il tempo
passi troppo rapidamente e i giorni, le settimane,
gli anni sembrano fuggire, praticamente senza
accorgersene. C’è una sensazione ossessiva
che qualcosa finisce. Parliamo della 'sera’
o de ‘l’autunno’ della vita. Il viaggio ci
conduce là dove noi preferiremmo non andare.
Infatti, prima di affrontare la dissoluzione
finale che è la morte stessa, vi sono diverse
piccole morti che segnano il nostro cammino
di pellegrinaggio.
20. Terza età significa affrontare il declino della vita
che si traduce in modi diversi e sotto differenti
forme. Vi è il calo fisico che porta con se
malattie e anche sofferenze terribili. Può
verificarsi il deterioramento delle nostre
capacità mentali e la demenza. La morte dei
nostri amici più cari nella Congregazione
e dei nostri parenti aumenta incessantemente
la sensazione di essere soli. La perdita percepita
nell’invecchiamento non si limita al corpo,
allo spirito e alle relazioni umane. Attinge
anche la nostra intelligenza quali missionari
Redentoristi, invitandoci necessariamente
a ripensare che cosa significhi la nostra
professione religiosa nelle ultime tappe della
vita. Il nostro fondatore ha dovuto certamente
lottare con questa realtà.
L’esperienza di Alfonso
21. Se avete visitato Scala, dove è nata la Congregazione,
avete certamente pregato nella cappella che
conserva la grotta di Alfonso. Era un’oasi
per il nostro Padre durante le settimane e
i mesi tumultuosi che seguirono l’evento decisivo
del 9 novembre 1732. Alfonso veniva in questa
piccola grotta e vi passava ore in preghiera
pensando ai primi passi incerti della sua
Congregazione, soffrendo per l’abbandono praticamente
di tutti i suoi compagni, chiedendo a Dio
e alla sua santa Madre la forza per continuare
l’opera iniziata. Oggi, il visitatore vede
una semplice tavola di legno appesa in un
angolo della grotta. Vi si leggono le parole
attribuite ad Alfonso dal Tannoia, il suo
primo biografo: "Oh la grotta, la mia
grotta, possa io riposare ancora nella mia
grotta" (II, 97). Queste parole sono
attribuite al vecchio Alfonso, che sognava
di ritornare a questa "cella mistica,
da dove usciva infiammato dall’amore di Dio
e con una passione senza riserve per la salvezza
delle anime" (Tannoia, ivi).
22. Penso che Alfonso non si augura semplicemente un luogo
particolare per pregare. Esprime la sofferenza
del passaggio dell’uomo di trentotto anni
che pregava in quella grotta. Può darsi che
agli occhi del vecchio Alfonso, tutto potesse
essere più chiaro in quella piccola grotta.
Allora aveva un’idea più chiara di chi fosse
e di ciò che doveva fare. Quarant’anni dopo,
dopo aver lasciato la sua diocesi e fatto
ritorno a Pagani, Alfonso è costretto a riscoprire
il senso dell’essere Redentorista. Non è più
in grado di ancorare la sua identità nella
predicazione delle missioni – non ne aveva
più predicate negli ultimi venti anni. Non
aveva più l’autorità di una volta di fronte
ai suoi fratelli. Andrea Villani, il vicario
generale, aveva governato la Congregazione
durante la lunga assenza del fondatore. E
non abbandona la carica quando Alfonso ritorna
da Sant’Agata dei Goti. E’ pur vero che Alfonso
continua a scrivere e, certamente in alcuni
casi, fa ciò che vuole, come per esempio il
rifiuto categorico di abitare la bella camera
preparatagli a Pagani, preferendone una più
semplice. Ma avere una stanza come tutte le
altre per lui non è sufficiente. Alfonso dovrà
scoprire il senso di essere Redentorista nella
sua vecchiaia, sopratutto essere un fratello
tra i fratelli nella sua comunità.
23. La maggior parte tra noi ha trovato – o troverà – la
sua 'grotta’. Più che un luogo, questa 'grotta’
è il ricordo di se stessi all’epoca dove ci
si sentiva più vivi, più missionari, più impegnati
in progetti di vita. Ripensare a questa tappa
della nostra vita, ci riporta irrimediabilmente
al passato e sapere che questo tempo non potrà
mai tornare può causare una specie di emozione
dolce-amara che Alfonso ha provato per la
sua 'grotta’. Tale perdita fa parte dell’essere
umano e causa un rimpianto. Ciò che sembra
essere un ostacolo alla crescita spirituale
e l’incapacità ad accettare il declino che
accompagna l’invecchiamento, sopratutto quando
non si è più in grado di fare il proprio lavoro
apostolico o avere le stesse responsabilità
nella provincia.
24. Tutti i maestri di spirito insistono sul fatto che la
conoscenza di se stessi è la base indispensabile
sulla quale costruire e far crescere la propria
vita con Dio. Il grande nemico della spiritualità
è il negare o, meglio, il rifiuto, illudendosi,
di accettare se stessi e i propri limiti.
Nel caso di un Redentorista che va verso la
vecchiaia la negazione può essere la tentazione
di cercare di ritrovarsi nella propria 'grotta’
o di attaccarsi ostinatamente a quelli che
pensano essere stati i suoi giorni di gloria.
Una tale negazione è difficile o impossibile
da sostenersi, ma si trovano dei confratelli
che resistono con tutte le loro forze a ridurre
la loro attività apostolica, anche quando
è chiaro che non hanno più l’energia o la
formazione per continuarla. A volte un superiore
è costretto a prendere la difficile decisione
di rimuovere un confratello da un ministero
che supera le sue possibilità. Può anche verificarsi
il caso che dopo aver lasciato un ministero
che li ha occupati per la gran parte della
vita, alcuni confratelli siano ossessionati
dalla propria salute fisica, appuntamenti
con i medici, la televisione o qualunque sorta
di distrazione. Inconsciamente possono arrivare
a provare una certa gelosia nei confronti
di confratelli giovani che spesso si traduce
in una gioia maligna nell’indicare i loro
difetti e le loro sconfitte. Il fatto che
alcuni confratelli anziani diventino tiranni
nella loro comunità è non tanto il risultato
del processo di invecchiamento quanto piuttosto
il fatto di non accettare la nuova tappa del
loro pellegrinaggio e sono incapaci di trovare
una sana spiritualità come Redentoristi anziani.
25. Nel corso del pellegrinaggio della vita, acquistiamo
sempre più coscienza che veniamo condotti
là dove non abbiamo scelto di andare. La diminuzione
delle forze fisiche e mentali, la morte di
amici e parenti e la fine dell’impegno nelle
attività che hanno occupato un Redentorista
per molti anni sono le particolari sfide dell’ultima
tappa della vita. In che modo in confratelli
che hanno raggiunto questa tappa potranno
trovare la serenità e la gioia di fronte a
queste perdite?
"Considerando tutto il resto come una perdita"
...non come una sconfitta
26. Nella terza età vi è un paradosso vivificante. Eccolo.
Quando il Redentorista si sente limitato e
condotto là dove preferirebbe non andare,
pensando di scendere un gradino e più ancora
scivolare verso la morte, nello stesso tempo
è chiamato a vivere in una maggiore libertà.
Questa sembra essere l’esperienza di persone
che prendono sul serio il loro pellegrinaggio
verso Dio: che un giorno dovranno confrontarsi
con l’attaccamento alle cose destinate a sparire.
Alfonso propone un cammino per acquisire una
più grande libertà spirituale: ridurre la
forza eccessiva delle circostanze della vita
che limitano la persona, in modo che questa
diventa progressivamente più libera di amare
Dio.
Questo duplice movimento –
allontanarsi da un attaccamento eccessivo
e slancio verso l’amore di Dio – Alfonso lo
chiama distacco. E’ un valore centrale del
cammino spirituale che Alfonso propone nella
Pratica di amare Gesù Cristo. Il capitolo
17 di quest’opera ci offre un riassunto toccante
di questa dottrina di Alfonso.
Quel che ci impedisce la vera
unione con Dio è l’attacco alle nostre disordinate
inclinazioni: onde il Signore quando vuole
tirare un’anima al suo perfetto amore, cerca
di staccarla da tutti gli affetti dei beni
creati. E così prima gli va togliendo i beni
temporali, i piaceri mondani, le robe, gli
onori, gli amici, i parenti, la sanità del
corpo; e con tali mezzi di perdite, di disgusti,
dispregi, morti e infermità, la va distaccando
da tutto il creato, acciocché ella riponga
in lui tutti gli affetti suoi.
27. Può darsi che il termine distacco vi sorprenda; vi ricorda
troppe conferenze sul tema quando eravate
novizi? Può anche essere che tutti gli ostacoli
concreti per una più grande unione con Dio
incontrati da Alfonso e dai suoi contemporanei
napoletani – i tentacoli di famiglie possessive,
l’attrazione verso la fama mondana e il canto
delle sirene della ricchezza – non siano di
fatto problemi nostri. Ciò che Alfonso tenta
di fare è questo: dobbiamo esaminare onestamente
le nostre vite e comprendere dove il nostro
cuore è maggiormente attirato. E’ nei nostri
cuori che Dio desidera ardentemente di abitare.
Nel capitolo 11 della Pratica, Alfonso
chiede: "Avete un cuore abbastanza vuoto
affinché lo Spirito Santo lo possa riempire?"
28. E’ evidente che non è così facile unirsi completamente
a Dio. Molti tra noi hanno paura di seguire
questa strada perché comporta certe sofferenze.
Ma qual’è l’alternativa? Possiamo tentare
di anestetizzarci con il lavoro, il prestigio,
le relazioni, l’alcool, la paura o il risentimento,
per dimenticare il tempo che passa e le sue
conseguenze. Ma nei momenti più lucidi, dovremmo
guardare con terrore questa vita che ci scivola
dalle mani e questo tempo, non più vissuto
come kairos dove Dio si rivela, diventare
un nemico.
29. Anche se ci proviamo, non possiamo cambiare la maggior
parte delle cose che ci arrivano. Questa verità,
valida in tutti i momenti della vita, sembra
divenire più evidente quando si invecchia.
Ciò che è in nostro potere è determinare l’effetto
che produce in noi la gente, i luoghi e le
cose. Alfonso ci aiuta a vedere come le debolezze
che affliggono la terza età possono diventare
un invito ad abbandonarci alle cure di Dio,
scoprendo e riscoprendo la profondità del
suo amore fedele per noi.
Un cammino di Distacco
30. Paolo propone un suo cammino di distacco nella sua lettera
ai Filippesi. Il terzo capitolo potrebbe essere
un eccellente sorgente di meditazione per
la terza età. Come descrive Paolo il suo pellegrinaggio
verso Dio? Inizia in un modo comune alle persone
anziane: fa l’inventario della sua vita (Filip.
3, 4-6). Non cerca scuse per il suo passato,
ma lo vede in modo nuovo: Ma quello che poteva
essere per me un guadagno, l’ho considerato
una perdita a motivo di Cristo (v. 7). Lungi
dal prendere il cammino più sicuro, Paolo
vuole rischiare tutto.
Anzi, tutto ormai io reputo
una perdita di fronte alla sublimità della
conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per
il quale ho lasciato perdere tutte queste
cose e le considero come spazzatura, al fine
di guadagnare Cristo e di essere trovato in
lui, non con una mia giustizia derivante dalla
legge, ma con quella che deriva dalla fede
in Cristo, cioè con la giustizia che deriva
da Dio, basata sulla fede. E questo perché
io possa conoscere lui, la potenza della sua
risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze,
diventandogli conforme nella morte, con la
speranza di giungere alla risurrezione dei
morti. (Filip. 3,8-11)
31. Paolo è cosciente di non aver raggiunto il fine ma che
cammina nella direzione buona. Sceglie di
accettare quello che gli arriva, compresa
la perdita di tutto ciò che pensava fosse
prezioso nella sua vita, come prezzo da pagare
per guadagnare Cristo Gesù. In principio non
disprezza ciò che ha perduto; soltanto che
non è possibile per lui paragonare nulla al
valore inestimabile della sua relazione con
Cristo Gesù.
Libertà di amare
32. Paolo e Alfonso insegnano che la perdita può offrire
una più grande libertà spirituale, e cioè
la liberazione da se stesso per amare di più
e senza riserve. Un particolare modo redentorista
di amare è chiamato dalle Costituzioni 'la
carità apostolica’: è la nostra parte nella
missione del Cristo e il principio unificatore
delle nostre vite (cfr. Cost. 52). La carità
apostolica presuppone che la gloria di Dio
e la salvezza del mondo, l’amore verso Dio
e l’amore verso il prossimo sono un’unica
cosa (Cost. 53). Per questo in tutte le tappe
del loro pellegrinaggio, i Redentoristi sono
chiamati a "vivere la loro unione con
Dio con la forma della carità apostolica e,
attraverso la carità missionaria, cercare
la sua gloria". Il XXII Capitolo Generale
ha riconosciuto la chiamata di tutta la vita
alla carità apostolica quando ha raccomandato
(Orientamenti 2.4):
Ogni membro della Congregazione, indipendentemente dall’età,
cerchi il modo di essere fedele al servizio
dei più abbandonati, e specialmente i poveri,
a favore dei quali abbiamo optato nel giorno
della nostra professione.
33. Senza dubbio, vi sono ministeri che i Redentoristi anziani
possono offrire ai più abbandonati, sopratutto
ai poveri. Penso ad esempio che i Redentoristi
più avanti negli anni siano più efficaci nel
donare compassione, conforto e speranza alle
altre persone anziane e agli ammalati. Ma
il luogo dove questi Redentoristi sono chiamati
a praticare la carità apostolica è all’interno
della comunità, dove la stessa vita è la forma
principale della proclamazione del Vangelo
(XXII Capit. Gen. Orientamenti, 3). Penso
che vi siano servizi unici che i Redentoristi
anziani possono offrire alle nostre comunità.
Il primo aiuto è quello che
Alfonso cercava di dare. Nel novembre 1774,
mentre stava per lasciare Sant’Agata, scriveva:
"Quando sarò tornato in una delle nostre
case, potrò essere utile ai soggetti, specialmente
ai giovani". Può darsi che Alfonso si
vedesse come un tutore degli studenti per
l’omilettica o per la teologia morale. I suoi
biografi dicono che l’esempio della sua vita
di anziano aveva un forte impatto sui giovani
confratelli. Un Redentorista anziano che non
si lascia abbattere dalle sofferenze e dai
limiti dell’età, ma che conserva la gioia,
l’amore e la speranza, è una guida ineguagliabile
per i giovani confratelli.
34. Il secondo servizio riguarda i dettagli della nostra
vita comune. E’ stato osservato che spesso,
cercando di fare qualcosa di spettacolare,
perdiamo l’occasione di fare qualcosa d’importante,
perché l’azione stessa non sembra degna di
attenzione. Gli anziani possono offrire un
grande aiuto alla qualità della nostra vita
comune, facendo cose molto semplici. Ricordo
un padre anziano che con la sua generosità
dava sollievo al lavoro di tutti i confratelli
di una comunità molto attiva. Nonostante un
attacco cerebrale l’avesse lasciato mezzo
paralizzato, ogni sera, rispondeva al telefono
quando gli altri confratelli erano occupati
nelle attività pastorali di una parrocchia
difficile. Ricordo anche la mia prima visita
a Roma dove ho incontrato Padre Bernhard Häring,
anziano, mentre si prendeva cura dei fiori
del giardino della comunità. Immagino che
anche voi siate stati colpiti dalla generosità
di qualche confratello anziano.
Scoprire il vino migliore alla fine (Gv. 2, 10)
35. Giovanni della Croce ci ricorda che alla fine della
vita saremo giudicati sull’amore. E’ forse
per questo che al crepuscolo del nostro pellegrinaggio,
siamo invitati a distacchi che ci rendono
più liberi di amare. Come missionari, non
dobbiamo ingombrarci di troppi bagagli. Alla
fine della vita, tutto ciò di cui avremo bisogno,
è l’amore: amare Dio come deve essere amato
e amarci vicendevolmente come fratelli. L’amore
di un Redentorista anziano, manifestato molto
semplicemente, può lasciare un ricordo indelebile
sui suoi confratelli, specialmente sui giovani.
36. E’ l’amore che 'invecchia’ il nostro spirito come il
tempo fa con il buon vino. Al termine di una
vita, l’amore ci darà dolcezza e profumo e
non il sapore aspro dell’aceto. Ma questa
sorta di amore non è mai totalmente alla nostra
portata; deve essere l’oggetto permanente
di tutta la vita: "tutta la loro vita
quotidiana sarà caratterizzata dalla conversione
del cuore e dalla continua riforma dello spirito"
(Cost. 41). Il 24 novembre 2000, il padre
Joseph Pfab, superiore generale emerito, ha
concluso il suo pellegrinaggio. Al suo funerale,
un giovane padre mi ha parlato del suo ultimo
incontro con P. Joseph. Era un giorno o due
prima della morte. Si stava per celebrare
l’eucaristia nella sua camera d’ospedale.
Il giovane padre gli chiese per quale intenzione
doveva pregare. Padre Joseph ha risposto:
"Pregate perché io sia convertito nell’ora
della morte". Paolo aveva lo stesso desiderio:
Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso
la mèta per arrivare al premio che Dio ci
chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
(Filip. 3, 13-14)
37. Maria, Madre nostra che, sempre presente con la sua
preghiera, ha accompagnato la prima comunità
apostolica e non esitò a dare se stessa al
servizio degli altri, ci aiuti ad essere fedeli
ogni giorno, ma sopratutto quando "soffriamo
e moriamo per la salvezza del mondo"
(Cost. 55).
Fraternamente in Cristo Redentore,
Joseph
W. Tobin, C.Ss.R.
Superiore Generale
(Il testo originale è in inglese.)
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