| Communicanda
II - 1997-2003 |
|
GUAI A ME
SE NON PREDICASSI IL VANGELO!
(1Cor 9,16)
COMMUNICANDA
2
Prot. N° 0000 0200/98
Roma,
14 gennaio 1999
Festa di Beato Pietro Donders
Miei cari confratelli,
1.
E’ per me un grande piacere salutarvi a nome
di tutti i membri del Consiglio Generale. Questa
seconda Communicanda del sessennio in corso
è pubblicata nella festa del Beato Pietro Donders,
Missionario Redentorista in Suriname, la cui
vita si distinse non per talenti straordinari
ma per una generosità senza limiti. Mi sembra
molto opportuno offrirvi questa riflessione,
che si occupa della natura della spiritualità
missionaria, nel giorno in cui celebriamo la
vita di un confratello che trovò la santità
dedicando la vita alla predicazione del Vangelo
tra i poveri più abbandonati.
2.
La preparazione di questa Communicanda ha coinvolto
alcuni Redentoristi, oltre i membri del Governo
Generale. Durante la prima settimana del mese
di maggio 1998, furono inviate delle lettere
a trentadue confratelli attraverso il mondo.
Ad ognuno di essi si chiese di offrire la sua
personale comprensione di un passaggio del Messaggio
finale dell’ultimo Capitolo Generale: “La spiritualità
è al contempo fonte e frutto della missione.
La missione che non nasce da un profondo coinvolgimento
col Cristo è destinata al fallimento…” (n. 6).
3.
Circa i tre quarti degli interpellati hanno
risposto entro il mese di settembre. La profondità
della loro riflessione, così come il loro evidente
amore alla Congregazione, sono stati di grande
incoraggiamento per il Consiglio. Se il contenuto
di questa Communicanda sarà utile alla Congregazione,
va riconosciuto il giusto merito alla saggezza
dei miei fratelli del Consiglio Generale e all’intuizione
di questi confratelli che da luoghi tanto distanti
hanno contribuito con la loro esperienza, efficacia
e speranza.
4.
D’altra parte, mi assumo la responsabilità per
le lacune di questa lettera, con cui mi auguro
di offrire alcune semplici osservazioni circa
la “spiritualità missionaria”. I miei limiti
e la cultura che mi ha formato lasciano una
traccia inevitabile in queste parole. Nondimeno,
la mia speranza è che esse contribuiscano a
un dialogo, tramite il quale arrivare a una
qualche visione comune capace di ispirarci gli
uni gli altri, e di darci il coraggio necessario
ad assumere la nostra particolare vocazione
nella Chiesa e nel mondo del ventunesimo secolo.
Tre
osservazioni preliminari
5.
Ci sono tre osservazioni che vorrei fare all’inizio
di questa lettera. In primo luogo, per il Consiglio
Generale è evidente che il tema proposto dall’ultimo
Capitolo ha toccato un tasto importante nell’esperienza
della maggior parte dei confratelli. Le visite
che abbiamo fatto, la nostra partecipazione
alle assemblee provinciali e la corrispondenza
che abbiamo ricevuto dalle differenti unità
ci fanno ravvisare qui un vivo interesse per
la spiritualità in gran parte della Congregazione.
Perché?
6.
Non cercherò di ripetere o sviluppare gli argomenti
già proposti nella prima Communicanda, se non
per dire che il richiamo della spiritualità
può riflettere il nostro bisogno di andare oltre
il paradigma della vita consacrata, proposta
solo in un linguaggio teologico, pastorale,
morale o liturgico, valido come possono essere
questi modelli. Cerchiamo anche un ideale che
sia radicato in un’esperienza autentica e vissuta,
sia personale che comunitaria.
7.
In secondo luogo, pur constatando una risposta
generalmente positiva alla proposta del Capitolo
Generale, i membri del Consiglio sono anche
consapevoli delle difficoltà connesse a una
riflessione più profonda sulla spiritualità.
E’ una sfida costante scoprire le giuste precisazioni
di linguaggio, a cui ricorriamo parlando dell’argomento.
Per esempio, ci sembra utile distinguere tra
spiritualità e pratiche ascetiche. Naturalmente,
le due cose non sono senza rapporto tra loro.
La spiritualità di un individuo o di un gruppo
sembra richiedere alcune espressioni concrete,
se non vuole rimanere una semplice raccolta
di idee.
8.
Terzo, al di là di una tecnica per pregare o
di una accurata devozione, la spiritualità è
connessa con domande fondamentali, e che spesso
svolgono un’azione di disturbo: Chi siamo? Perché
siamo qui? Come dobbiamo vivere? Sono domande
spirituali e, in quanto tali, richiamano le
realtà che definiscono l’esistenza umana. L’umiltà
e un cuore capace di ascoltare sono presupposti
indispensabili per questa riflessione. Quando
proviamo a definire la spiritualità, scopriamo
non i suoi limiti, ma semplicemente i nostri.
Verso
una spiritualità Missionaria
9.
Non è opportuno, a mio parere, parlare di spiritualità
e Missione. L’uso della congiunzione è infelice,
perché può suggerire l’idea che ci può essere
una Missione senza spiritualità e che questa
spiritualità, almeno come la intendiamo, potrebbe
esistere in qualche modo separata dalla Missione.
Nelle loro risposte, parecchi confratelli osservavano
che la spiritualità tocca il nostro stesso modo
di pensarci come Redentoristi: ciò che Alfonso
talvolta chiama “lo spirito dell’Istituto”.
Considerata in questo modo, la spiritualità
della nostra Congregazione dovrebbe suscitare
alcune domande fondamentali, come quelle suggerite
nel precedente paragrafo. Più che una serie
di principi dottrinali o di pratiche ascetiche,
la nostra spiritualità dovrebbe servire come
una sorta di tessuto connettivo vitale, capace
di congiungere armoniosamente tutti gli aspetti
della nostra vita.
10.
Trovo una sintetica definizione della nostra
spiritualità missionaria nel grido di Paolo
nella prima lettera ai Corinzi: Guai a me se
non predicassi il vangelo! (1Cor 9, 16). “Predicare
il Vangelo” vuol dire più che tenere una predica
missionaria, una conferenza in un ritiro spirituale
o un’omelia la domenica, più che denunciare
l’ingiustizia o insegnare alla gente a pregare.
In effetti, la realtà va al di là d’ogni singola
forma di attività pastorale. Cosa vuol dire
e perché è tanto fondamentale per noi il fatto,
se capisco bene, di essere “nei guai” se non
“predichiamo il Vangelo”?
11. Ricordate
qual era l’unica nostra Costituzione che trovò
posto nel Messaggio finale dell’ultimo Capitolo
Generale? Rivolgendosi alla Congregazione, i
capitolari si preoccuparono di richiamare un
ampio passaggio della Costituzione n. 5 (cfr.
Messaggio Finale, n. 8). Questa Costituzione
usa un linguaggio inequivo-cabile per dimostrare
quanto sia importante per i Redentoristi “predicare
il Vangelo”: “La preferenza per le istanze pastorali
più urgenti o per l’evangelizzazione vera e
propria e l’opzione a favore dei poveri rappresentano
la stessa ragion d’essere della Congregazione
nella Chiesa e il distintivo della sua fedeltà
alla vocazione ricevuta”.
12.
Vorrei dimostrare che due criteri chiari e tra
loro connessi rispondono effettivamente alle
domande spirituali: Chi siamo? Perché siamo
qui? Come dobbiamo vivere? Questi criteri sono
la preferenza per l’evangelizzazione in senso
stretto insieme con la scelta a favore dei poveri.
Qui l’evangelizzazione non vuole includere solo
l’esplicita proclamazione della Parola, ma anche
la testimonianza di vita da parte dei singoli
e delle comunità Redentoriste. Di conseguenza,
se non accettiamo l’evangelizza-zione e la scelta
per i poveri come costitutivi della nostra identità,
né ci disponiamo ad agire in sintonia con essi,
diventiamo infedeli o, quanto meno, diventiamo
qualcosa d’altro rispetto a ciò che siamo chiamati
ad essere. Parafrasando le parole di san Paolo,
siamo “nei guai” come Redentoristi.
13.
Dobbiamo sempre avere a mente che la nostra
spiritualità è in intimo rapporto con la Missione:
ma non nel senso che le esigenze della spiritualità
ci spingono verso il lavoro pastorale, o che
non "diventiamo spirituali" a motivo
del nostro servizio al Popolo di Dio. Il genio
di Alfonso, un’intuizione che è stata ricuperata
nella nostre Costituzioni rinnovate, è il suo
credere che la Missione dà unità a tutta la
nostra vita come Redentoristi. Questa forza
unificante è chiamata “vita apostolica”: è il
nostro modo di intendere ciò che vuol dire essere
un Redentorista, che “fonde insieme la vita
di speciale dedicazione a Dio e l’attività missionaria”
(Cost. 1). La spiritualità è connessa in modo
vitale alla nostra “preferenza per le istanze
pastorali più urgenti o per l’evangelizzazione
vera e propria, e l’opzione a favore dei poveri”.
Quindi, a rigor di termini, l’origine e la fonte
della nostra spiritualità si trova precisamente
nella nostra Missione, definendola di conseguenza
come una spiritualità veramente Missionaria
(cfr. Ad Gentes, 23-27).
14.
Pertanto, il principale scopo di questa lettera
è considerare con voi quelli che potrebbero
essere alcuni elementi della nostra “spiritualità
missionaria”. La mia sincera speranza è che
quanto segue non suoni come un messaggio moralizzante.
E’ piuttosto uno sforzo per esplorare con voi
quelle che io ritengo alcune importanti dimensioni
della vita apostolica.
Missione
come vocazione
15.
La nostra Missione non è unicamente un’opzione
personale o comunitaria ma, prima e soprattutto,
una vocazione con la quale siamo stati chiamati.
Il Capitolo Generale sottolinea la speranza
che la nostra particolare vocazione può favorire:
“La nostra speranza per il futuro si fonda sulla
nostra vocazione a continuare il mistero di
Cristo. Crediamo che la sua abbondante Redenzione
non ha limiti e perciò ci sentiamo in dovere
di condividere la nostra fede e la nostra speranza
con tutti” (Messaggio finale, 12). Questa affermazione
del Capitolo suggerisce che la nostra vocazione
deriva non solo dal fatto di essere mandati
dal Signore a predicare, insegnare e battezzare,
ma anche dalle profonde domande suscitate dalla
vita di Dio dentro di noi (cfr. Redemptoris
Missio, 11). Cioè, nella misura in cui ci
apriamo all’abbondante redenzione realizzata
in Cristo Gesù, siamo sospinti a “condividere
la nostra fede e speranza con ciascuno”. Di
conseguenza, potremmo chiederci: in che misura
la Missione è questione di fede, un preciso
indicatore della nostra fede in Gesù Cristo
che ci ha chiamati, per poi mandarci come suoi
“collaboratori, soci e ministri nella grande
opera della Redenzione, per annunziare ai poveri
il Messaggio della salvezza” (Cost. 2)?
16.
L’evangelizzazione non sarà possibile senza
l’azione dello Spirito santo (Ad Gentes,
24; Evangelii Nuntiandi, 75). Lo stesso
Spirito che discende su Gesù durante il suo
battesimo, rimane su di Lui, Lo unge e Lo invia
“per annunziare ai poveri un lieto messaggio”
(Lc 4,18). Noi Redentoristi siamo abituati a
ripetere questo testo del vangelo di Luca. Siamo
anche consapevoli che Alfonso fa spesso riferimento
a questo brano, dichiarando che la Missione
di Cristo è anche la Missione della Congregazione.
Identificandoci con la Missione di Cristo, ne
accettiamo comunque la prima conseguenza: cioè
una vita di completa docilità allo Spirito,
“che non cessa mai di operare per conformarci
a Cristo, perché abbiamo gli stessi sentimenti
che furono in Cristo e il suo stesso pensiero”
(Cost. 25)? Questa docilità ci permette di ricevere
i doni della fortezza e del discernimento, “elementi
essenziali della spiritualità missionaria” (cfr.
Redemptoris Missio, 87).
La
persona di Cristo al centro della nostra vita
Missionaria
17.
La Costituzione 23 rileva una condizione per
realizzare la nostra particolare vocazione nella
Chiesa: “I congregati, chiamati a continuare
la presenza e la missione redentrice di Cristo
nel mondo, fanno della sua persona il centro
della loro vita, sforzandosi di aderire a lui
sempre più saldamente”. Il Capitolo fa eco a
questa esigenza dandole un significato universale,
come anche un certa urgenza: “In qualsiasi contesto
ci troviamo a vivere, crediamo che tutti noi
Redentoristi siamo chiamati a mettere a fuoco
un aspetto centrale della nostra spiritualità,
vale a dire il modo in cui nutriamo ed esprimiamo
la nostra relazione con Gesù Cristo” (Messaggio
finale, 3). Non ci può essere alcun dubbio:
per i Redentoristi una caratteristica essenziale
della spiritualità missionaria è un’intima comunione
col Cristo, il primo Missionario.
18.
Fratelli miei, lasciamoci dunque contagiare
dalla grande passione di Alfonso, per il quale
la salvezza, più che una teoria o un dogma,
era un Nome, un Volto. Il nostro modello di
evangelizzazione dipende da come il Popolo di
Dio arriva a riconoscere Gesù così da potergli
rispondere. Alfonso investì tutti i suoi formidabili
talenti, nell’intento di aiutare i poveri a
conoscere Gesù. Ricordiamo come egli portava
il ritratto del Crocifisso dove avrebbe predicato,
come la sua musica aiutava la sua gente a fare
esperienza dell’amore salvifico del Cristo,
come le sue parole, scritte e parlate, andavano
dritto all’abbondante redenzione da trovare
in Cristo. Con Alfonso, dobbiamo “ribadire la
centralità del Cristo come mistero di misericordia
del Padre in tutta la pastorale” (Giovanni Paolo
II, Lettera apostolica per il terzo Centenario
della nascita di sant’Alfonso, 4).
19.
E’ possibile fare di Cristo il centro della
nostra azione pastorale, se Egli non è “al centro
delle nostre esistenze” e “al cuore delle nostre
comunità”? Come possiamo giudicare se effettivamente
operiamo queste scelte? La stessa Costituzione
23 ci dà un criterio per dirimere la questione:
“quanto più stretta è la loro unione con Cristo,
tanto maggiore sarà la loro unione reciproca”.
20.
Vorrei offrire un altro criterio che sembra
maggiormente consono con la nostra esperienza
pratica. Più scegliamo Cristo come centro delle
nostre esistenze e ci sforziamo di entrare in
una più intima e personale comunione con lui,
meno finiamo col lasciarci assorbire dai nostri
dubbi, insicurezze e ossessioni. Ci disponiamo
maggiormente a “svuotare” noi stessi, a prendere
su di noi la nostra croce e a seguire il Redentore.
La nostra principale preoccupazione diventa
il fatto che Gesù non è amato come dovrebbe.
La
conversione Missionaria
Crediamo
che la Congregazione si veda oggi offrire una
grande grazia di conversione al Redentore. (Messaggio
finale, 5).
21.
Il recente magistero papale sulla missiologia
e le nostre Costituzioni concordano nel fatto
che la proclamazione della Parola di Dio ha
come obiettivo la conversione (confrontare la
Redemptoris Missio, 46 e le Costituzioni
11-12). Le stesse fonti concordano: non possiamo
predicare la conversione senza che noi stessi
ci convertiamo ogni giorno (Redemptoris Missio,
47; Costituzioni 40-42). Non è troppo difficile
scoprire perché la conversione è elemento essenziale
della spiritualità missionaria. Essa scaturisce
dalla stessa offerta a entrare in relazione
con il divino. Così un primo invito mi dice:
“C’è un Dio, e questi non sei tu”. Anche il
Regno è qualcosa “altro” rispetto a me, qualcosa
che deve essere scoperto, spesso a costo di
grande sacrificio (Mt 13, 44-46); per il quale
vanno fatte delle scelte (Gv 6,67); dal quale
uno “può andare via triste” (Mt 19,16-22).
22.
La proclamazione della Parola di Dio ha come
scopo la conversione. Tutto attesta questa verità:
dalla predicazione di Gesù a quella della sua
Chiesa e, con un’intensità particolare, il contenuto
e il metodo di evangelizzazione propri della
nostra stessa Congregazione. Comunque, è un
fatto preoccupante che più di un confratello
e più di una comunità vivano in maniera tale
da far sapere: “La conversione riguarda qualcun
altro, forse tutti gli altri. Non mi (ci) disturbate!”.
Si sarà sbagliato il Capitolo Generale nel credere
che “la Congregazione si vede oggi offrire una
grande grazia di conversione al Redentore” (Messaggio
finale, 5)?
23.
Molti confratelli che ci hanno aiutato a preparare
questa Communicanda, parlavano della loro trasformazione
in corso. Permettetemi di porre in risalto tre
delle risposte pervenute. Un confratello scrive:
“La spiritualità Redentorista è tutt’altro che
un affare «tra me e Dio», quanto piuttosto un’impresa
«dello Spirito che mi guida verso i poveri»”.
Un altro, riferendosi alla sua intensa esperienza
di conversione, sottolinea: “In seguito, non
ho più parlato solo perché lo dicevano le Scritture
o per trovarmi d’accordo con gli stessi principi
teologici o pastorali; lo faccio anche a partire
dalla mia esperienza personale, fino a proclamare
davanti alla gente: «Gesù mi ha amato e ha dato
se stesso per mio amore»”. In che misura è importante
la conversione per la nostra vita apostolica?
Vogliamo far tesoro di quanto ha asserito un
confratello: “Nel suo significato fondamentale,
la spiritualità è un modo di rapportarsi a Dio
che trasforma al contempo l’esistenza dei missionari
e quelle delle persone a cui sono inviati. E’
la capacità di accogliere e trasmettere un’esperienza
di Dio” (Gv 15, 4-5).
24.
Come possiamo rendere più profondo uno spirito
di conversione in ciascuno di noi? Quale valore
assume il sacramento della Penitenza e la direzione
spirituale nelle nostre vite? Abbiamo la volontà
e la capacità di dare alla conversione una qualche
espressione nelle nostre comunità?
La
prima risorsa dell’evangelizzazione è la testimonianza
L’uomo
contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni
che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa
perché sono dei testimoni (Evangelii nuntiandi,
41).
25.
Negli ultimi anni e in molte Regioni della Congregazione
è via cresciuta la consapevolezza che ancor
prima dell’attività, la Missione vuol dire testimonianza
e una maniera di vivere che richiama l’attenzione
altrui. I membri del Capitolo Generale del 1991
descrissero molto bene questa convinzione: “La
comunità Redentorista deve essere il primo segno
del nostro impegno di evangelizzazione. Non
è soltanto il luogo da dove siamo inviati, ma
anche e soprattutto una presenza efficace del
Regno di Dio in mezzo agli uomini e alle donne,
nostri fratelli…” (Documento finale, 23). La
comunità Redentorista è una dichiarazione di
fede: “nella comunità si sta assieme non perché
ci si è eletti, ma perché si è stati eletti
dal Signore” (La vita fraterna in comunità,
41).
26.
Crediamo che la nostra spiritualità missionaria
ci chiama ad un particolare tipo di testimonianza?
Un confratello osserva che la preghiera dovrebbe
dare alla nostra proclamazione la stessa forza
del versetto iniziale della Prima Lettera di
Giovanni: “Ciò che era fin da principio, ciò
che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto
con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato
e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia
il Verbo della vita”.
27.
La testimonianza di uno stile povero o, quanto
meno, semplice di vita non è mai una questione
facile da affrontare. Resta il fatto che la
gente nota il modo in cui viviamo. Questo è
il solo ambito nel quale non possiamo fare a
meno di dare testimonianza. Ho il sospetto che
nella misura in cui noi permettiamo ai “bisogni”
di moltiplicarsi, perdiamo in mobilità, diventiamo
più riluttanti ad assumere dei rischi, e infine
più distanti dai poveri abbandonati. E’ troppo
pio osservare che, se le nostre mani sono intente
ad afferrare o già occupate, non possono essere
riempite da Dio, né andare verso gli altri in
un amore disinteressato?
“Certosini
in casa e apostoli fuori”?
28.
Confesso di aver avuto problemi con la formula
tradizionale che ci chiama ad essere “Certosini
in casa e apostoli fuori”. Direi che dovremmo
essere Redentoristi in entrambi i posti e anche
passando dall’uno all’altro. Non c’è dubbio
che le nostre comunità dovrebbero essere luoghi
dove poter pregare, insieme o anche individualmente,
dove siamo in condizione di studiare e di riflettere.
Ma questi aspetti della nostra vita sono parte
della vita apostolica che dovrebbe caratterizzare
la nostra Congregazione. La nostra casa non
è semplicemente un posto dove “caricare le batterie”
per poi scaricarle nell’azione pastorale, ancor
meno un posto dove sottrarci agli altri o alle
nostre responsabilità. La nostra stessa vita
di comunità è Missione e testimonianza. Dovrebbe
essere anche il posto dove ci incoraggiamo gli
uni gli altri, come fratelli chiamati a continuare
la presenza e la Missione di Cristo nel mondo.
La nostra vita apostolica, vissuta sia in comunità
che nella nostra azione pastorale, è il luogo
dove diventiamo missionari e dove diventiamo
santi.
29.
Pur sapendo che l’evangelizzazione ci chiede
di essere esperti sia nella scienza sacra che
in quella profana, dobbiamo ammettere che il
rinnovamento accademico e pastorale non basta.
“Ogni missionario è autenticamente tale solo
se si impegna nella via della santità” (Redemptoris
Missio, 90). Ma non diventiamo santi e poi
missionari. Né sarà la nostra fragilità a squalificarci.
Mi viene da pensare che la maggior parte di
noi fanno eco alle parole disperate di Pietro:
“Signore, allontanati da me che sono un peccatore!”.
Ascoltiamo piuttosto l'invito alla Missione:
“Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di
uomini” (Lc 5, 8-10).Ciò che dovremmo rivendicare
è il progresso nella vita Missionaria, non la
perfezione. Commentando il drammatico incontro
tra Gesù e Pietro sulla riva del mare di Tiberiade
(Gv 21, 15-17), Alfonso fa sua l’esegesi di
Giovanni Crisostomo, sottolineando il fatto
che Gesù non chiede penitenza o preghiere dall’apostolo
pentito, ma piuttosto il servizio pastorale:
“Pasci i miei agnelli”.
Il
coraggio Missionario
Ci
siamo chiesti in che misura il nostro impegno
per i poveri è espressione della nostra spiritualità,
e in che modo esso ci aiuta a sviluppare una
spiritualità più autentica (Messaggio finale,
8).
30.
Quando penso in che misura sia essenziale la
nostra scelta per i poveri per sviluppare una
spiritualità più autentica, mi viene in mente
la grande formula proposta dal Capitolo Generale
del 1985: Evangelizare pauperibus et a pauperibus
evangelizari. Ricordo che, se il tema non
era facilmente compreso in tutte le Regioni
della Congregazione, era senza dubbio oggetto
di discussione! Alcuni confratelli trovavano
particolarmente arduo comprendere la seconda
parte della formula: a pauperibus evangelizari.
I missionari erano tradizionalmente quelli che
portavano beni spirituali. Il processo di evangelizzazione
era una strada a senso unico. Cosa pretendevamo
di ricevere, specialmente se questi doni dovevano
arrivarci dai poveri? Qualsiasi missionario
Redentorista che ha proclamato la Buona Notizia
ai poveri sarebbe in grado di formulare un’ampia
risposta alla domanda.
31.
Il tema del Capitolo Generale del 1985 ha avuto
alcune conseguenze pratiche. Più di una Provincia
ha riesaminato le sue priorità apostoliche alla
luce del tema e ha quindi assunto alcune decisioni
dolorose. In alcuni casi, le Provincie affidarono
alla Chiesa locale la cura delle loro parrocchie
più allettanti per accettare nuovi impegni in
mezzo ai poveri abbandonati. Altre Provincie
accettarono nuove missioni ad gentes,
anche se questa decisione esigeva un costo pesante.
Questi esempi dovrebbero incoraggiare l’intera
Congregazione, poiché dimostrano che è possibile
per le Provincie cambiare direzione, quando
il cambio significa una più grande fedeltà alla
“stessa ragion d’essere della Congregazione
nella Chiesa” (Cost. 5).
32.
Dal primo incontro dei Redentoristi con i poveri
del Regno di Napoli, la storia della nostra
Congregazione è stata segnata dal valore di
numerosi suoi membri. La mia speranza è che
l’esempio del nostro impegno con i poveri nel
passato e nel presente, darà alla Congregazione
il coraggio necessario di fronte al futuro.
Avrà la Congregazione il coraggio di espandere
la sua proclamazione del Vangelo tra i poveri
abbandonati nei brulicanti bassifondi delle
megalopoli del Sud, luoghi come Mexico City,
Bogotá, Lagos, São Paulo, Manila, Johannesburg,
Calcutta, Lima, ecc.? Possono i Redentoristi
essere maggiormente presenti tra i nuovi poveri
di Europa: gli emigranti, i rifugiati e i senzatetto?
Quale testimonianza offre la Congregazione nel
contesto dell’Europa dell’Est, soggetto a un
così rapido cambiamento? Cosa vuol dire proclamare
il vangelo nell’Ovest del benessere, dove la
spiritualità che va di moda è ritenuta incompatibile
con la religione, e dove i poveri si trovano
sempre più ai margini della società e della
Chiesa? Possono i Redentoristi continuare ad
essere ambasciatori di Cristo e proclamare un
messaggio credibile di riconciliazione nelle
regioni dell’Africa dilaniate da conflitti civili?
Qual è il futuro della nostra evangelizzazione
in Asia, dove il messaggio cristiano si trova
a confronto con le altre grandi religioni del
mondo? Cosa ha da dire la Congregazione al cospetto
della cultura globale, che presta sempre meno
attenzione all’amore salvifico di Dio e, di
conseguenza, è meno interessata alla solidarietà
tra i figli di Dio?
33.
Il denominatore comune tra queste situazioni
è che esse richiedono dai Redentoristi una fede
coraggiosa. Spesso, questa fede coraggiosa è
la volontà di lasciare ciò che è conosciuto:
la mia cultura, il mio linguaggio e il mio stile
di vita abituale, per andare incontro a situazioni
di reale urgenza pastorale. A volte lo Spirito
può chiamare una Provincia a consegnare ad altri
i suoi impegni più attraenti e di maggiore successo
per andare dove la Chiesa non può andare. Però
mi preme dire che questo coraggio non è solo
la fonte delle future iniziative missionarie,
esso è anche il frutto offertoci dal “nugolo
di testimoni” (Eb 12, 1) che circonda la Congregazione:
tutti i Redentoristi del passato e del presente
che si sono “svuotati”, come anche quelle Provincie
che hanno fatto eroici sacrifici nell’interesse
della Persona e della Missione di Cristo.
La
contemplazione Missionaria
34.
Una fonte per e un frutto della nostra azione
evangelizzatrice è lo spirito di contemplazione.
“Il missionario, se non è un contemplativo,
non può annunziare il Cristo in modo credibile”
(Redemptoris Missio, 91). Come intendiamo
noi Redentoristi lo spirito di contemplazione?
Esso è una disposizione spirituale che ci rende
possibile amare come Gesù “per partecipare veramente
all’amore del Figlio verso il Padre e verso
gli uomini” (Cost. 24).
35.
Cercare di evangelizzare senza uno spirito contemplativo
è come cercare di leggere questa lettera con
la carta premuta contro la punta del naso. Può
darsi che la vostra vista vi richiede di accostare
il testo ma, per la maggior parte, una vicinanza
esagerata rende indecifrabili le parole, oltre
che difficile e faticosa la lettura del messaggio.
E’ necessario prendere distanza tra noi e la
carta, per poterla leggere. Nella contemplazione
noi facciamo qualche passo indietro dall’immediatezza
del nostro mondo, della nostra vita e della
nostra attività. Guardiamo a Dio nelle persone
e negli eventi della vita quotidiana. Cerchiamo
di “cogliere nella sua vera luce il disegno
di salvezza di Dio e distinguere la realtà dall’illusione”.
Queste parole della Costituzione 24 può fornire
materia per un’altra Communicanda! Ma
vi riesce di vedere come uno spirito di contemplazione
è necessario oggi più che mai, specialmente
se siamo alle prese con fenomeni come la rapidità
del cambiamento sociale, le quotidiane e profonde
incursioni della cultura globale e la natura
effimera di molti movimenti popolari?
36.
C’è un’altra ragione per coltivare uno spirito
di contemplazione. Ha a che fare con una particolare
rivendicazione della cristianità, pronunciata
prima dal Concilio Vaticano II e ripresa poi
dalle nostre Costituzioni: che nell’incontro
col Cristo, gli esseri umani scoprono il significato
del mistero della loro stessa vita (Gaudium
et Spes, 22; Cost. 19). L’asserzione ha
trovato eco più recente nella bolla papale che
annunciava il Grande Giubileo dell’anno 2000:
“l'amicizia di Dio, la sua grazia, la vita soprannaturale,
l'unica in cui possono risolversi le più profonde
aspirazioni del cuore umano” (Incarnationis
Mysterium, 2). Una rivendicazione di senso
contrario è offerta dal fenomeno globale del
consumismo, vale a dire dall’idea che ciò che
abbiamo o consumiamo ci farà felici e soddisfatti.
Questa pretesa si oppone radicalmente alle esigenze
del Vangelo, pur tuttavia è un messaggio che
incontra successo. C’è la tentazione di denunciare
i diversi “-ismi” dei nostri tempi – il secolarismo,
il materialismo, l’individualismo, il consumismo,
ecc. – senza comprendere le ragioni della loro
popolarità. La contemplazione dovrebbe coltivare
in noi lo “spirito di fraterna solidarietà”,
che ci farebbe porre in atteggiamento di ascolto,
per tentare di “interpretare i problemi che
travagliano gli uomini” e “discernere in essi
i veri segni della presenza o del disegno di
Dio” (Cost. 19).
La
pazienza Missionaria
37.
Mentre ero intento alla preparazione finale
di questa Communicanda, ero anche membro dell’Assemblea
Speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Oceania.
Uno degli interventi più memorabili durante
queste tre settimane di incontri era proposto
da un vescovo delle Mauritius, delegato speciale
al Sinodo. Si riferiva alla scena del Vangelo
in cui i discepoli stanno ammirando la grandezza
del Tempio e i suoi preziosi ornamenti (Lc 21,5ss).
Ricordate che Gesù profetizzò che il grande
edificio sarebbe stato distrutto di colpo e
completamente. Il vescovo chiese al Sinodo di
pensare ai problemi di fronte a cui si trovava
la Chiesa in molte regioni del mondo, come noi
potremmo fare per la Congregazione. Osservò
che se le cose precipitano, forse il tempio
non era solido come sembrava. Forse dovremmo
esaminare la nostra coscienza sul modo in cui
costruiamo la comunità (cfr. 1Cor 3, 10-15).
38.
Se la costruzione di una struttura è un’immagine
biblica per descrivere il lavoro di evangelizzazione,
forse un’altra, più eloquente per i nostri tempi,
è quella del seme e della zizzania. Il seme
che convive con la zizzania è la Parola di Dio.
Precede la dottrina, l’insegnamento della morale,
la legge e la disciplina. E’ più importante
perché “nella parola di Dio è contenuta una
così grande efficacia e potenza da essere ancora
per la Chiesa sostegno e vigore” (Dei Verbum,
21). L’immagine del seme e della zizzania sembra
particolarmente avvincente in un tempo che esalta
il successo di un momento. Il seme che portiamo
con noi ci richiede di essere pazienti, anche
se non vediamo risultati immediati (Gc 5, 7).
E’ Dio che permette la crescita (1Cor 3, 6;
Ad Gentes, 24-25).
L’ottimismo
missionario: la promozione delle vocazioni
39.
Un’altra prospettiva, nella quale la nostra
spiritualità è trasformata dalla Missione, è
il desiderio di invitare altri a condividere
totalmente il nostro modo di vivere. Possiamo
dirci d’accordo con la Costituzione 79, per
cui “l’efficienza della Congregazione nel portare
avanti la sua missione apostolica dipende dal
numero e dalla qualità dei candidati che vogliono
abbracciare la vita dei Redentoristi”? Se siamo
d’accordo, dovremmo di conseguenza accettare
che ognuno di noi si assuma una responsabilità
nel promuovere vocazioni, specialmente tramite
il nostro zelo apostolico, l’esempio della nostra
vita e la preghiera costante (Cost. 80).
40.
Ritengo che se il promuovere o non promuovere
vocazioni è una questione spirituale, in quanto
tale tocca nel profondo il nostro credere ai
progetti di Dio per la Congregazione e al suo
posto nella Chiesa. Ci sono confratelli di buon
volontà per i quali la vita consacrata, ivi
inclusa la Congregazione, è qualcosa in via
di rapida estinzione. Un’analisi dei motivi
per cui la Congregazione non riesca ad attirare
candidati in alcune parti del mondo è complessa
e certamente al di là degli scopi di questa
lettera. Inoltre, la Congregazione non verrà
meno alla crescente collaborazione con i laici.
In ogni caso, dopo che il Capitolo ci ha invitato
con insistenza a mettere a fuoco “un aspetto
centrale della nostra spiritualità, vale a dire
il modo in cui nutriamo ed esprimiamo la nostra
relazione con Gesù Cristo” (Messaggio finale,
3), vale la pena meditare come l’esortazione
apostolica Vita Consecrata presenta la
sfida della promozione delle vocazioni: “essa
mira a presentare, sull’esempio dei fondatori
e delle fondatrici, il fascino della persona
del Signore Gesù e la bellezza del totale dono
di sé alla causa del Vangelo” (n. 64).
Tutti
sono Missionari
41.
La Congregazione si trova di fronte ad una realtà
prima sconosciuta nella sua storia. Mi riferisco
al grande numero di confratelli anziani, della
così detta “terza età”. Una qualsiasi riflessione
sulla nostra spiritualità Missionaria deve includere
questo gruppo. Mentre è mia intenzione riservare
una futura lettera al problema della specifica
domanda spirituale della “terza età”, possiamo
cominciare ora col richiamare l’insegnamento
della Costituzione 55: che cioè noi siamo tutti
missionari a motivo della nostra professione.
Questo carattere, che è fondato sulla nostra
partecipazione alla Missione di Cristo, continua
lungo la nostra vita, siamo o meno in grado
di partecipare all’attività pastorale. E, come
ci ricorda questa Costituzione in particolare,
non raggiungiamo la pienezza della nostra identità
Missionaria se non quando arriviamo a “soffrire
e morire per la salvezza del mondo”.
Questione
di ristrutturazione
42.
Una comprensione e accettazione della “stessa
ragion d’essere della Congregazione nella Chiesa”
provoca altre domande. Alcune di esse riguardano
le nostre decisioni di rimanere in un posto
o di muoverci. Quando i Redentoristi arrivano
a dire “ci sono altre città e villaggi” (Mc
1, 38)? A che punto “scuotiamo la polvere dai
nostri piedi” (Lc 9, 5)? Quando il “ vino nuovo”
richiede “otri nuovi” (Lc 5, 38)? L’ultima domanda
riguarda non solo i nostri metodi missionari,
ma anche le nostre stesse strutture. Dobbiamo
continuare a garantire che le nostre strutture
di governo e di amministrazione siano sempre
al servizio della Missione. Dove questo non
si verifica più, la struttura deve cambiare
perché la Missione continui.
“Un
tamerisco nella steppa”…“un bronzo che risuona”
La
missione che non nasce da un profondo coinvolgimento
col Cristo è destinata al fallimento (Messaggio
finale, 6).
43.
Cosa rappresenta un Redentorista che non intraprende
la Missione come espressione di un profondo
coinvolgimento con Gesù? Quale impatto avranno
le sue parole? Potrebbe assomigliare a “un tamerisco
nella steppa, quando viene il bene non lo vede,
dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una
terra di salsedine, dove nessuno può vivere”
(Ger 17, 6). Così ci scrive un confratello:
“ci si esaurisce non solo per un sovraccarico
di lavoro, ma più facilmente per un vuoto o
per una mancanza di convinzione nella propria
vita, una mancanza di ciò che è spirituale”.
Può l’«esaurimento» essere un problema essenzialmente
spirituale? Non potrebbero i suoi dolorosi sintomi
mascherare una sete di “fiumi di acqua viva”
(Gv 7, 37-38)?
44.
Se osiamo parlare di Colui che non conosciamo,
eventualmente suoneremo come qualcosa di vuoto
e superficiale: “un bronzo che risuona o un
cembalo che tintinna” (1Cor 13, 1). Essere “missionari”
non significa semplicemente essere vicini alla
gente o fare un’opzione per i poveri; dovremmo
avere un’esperienza da condividere con essi:
“Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo
udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri
occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò
che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo
della vita” (1Gv 1, 1).
Domande
senza risposte o “cuori che bruciano”?
45.
Fuori da un rapporto col Signore, ci troviamo
di fronte a molte domande con una fragile speranza
di risposta: “Dove potremo noi trovare in un
deserto tanti pani da sfamare una folla così
grande?” (Mt 15, 33). “Ecco, noi abbiamo lasciato
tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque
ne otterremo?” (Mt 19, 27). “Che cos'è la verità?”
(Gv 18, 38).
46.
Dovrebbe risultare evidente che la nostra scelta
della persona di Cristo come centro delle nostre
esistenze e al cuore delle comunità non ci esime
dal dubbio o dall’ansietà. Ma, dopo aver aperto
i nostri cuori gli uni gli altri e con Lui,
ci poniamo in ascolto. I nostri cuori possono
poi cominciare a bruciare e sentiamo di dover
portare un messaggio agli altri: per dire come
l’abbiamo incontrato lungo la strada e come
l’abbiamo riconosciuto.
Conclusione
47.
Permettetemi di riassumere i punti essenziali
di questa lettera. La spiritualità chiama in
gioco domande fondamentali e spesso fastidiose
sulla nostra identità e sulle nostre intenzioni
nei confronti della vita. Per i Redentoristi,
la spiritualità deve essere intimamente connessa
con la Missione: “la stessa ragion d’essere
della Congregazione nella Chiesa”. Quest’intima
connessione vuol dire che noi scegliamo Cristo
al centro di tutto, che la testimonianza ha
una forza critica e che la contemplazione è
condizione sine qua non per la vita missionaria.
Vuol dire che noi lottiamo per essere coraggiosi,
pazienti e ricchi di speranza al punto da invitare
gli altri a condividere pienamente la nostra
vita. In ultima analisi, la nostra spiritualità
non può rimanere teoria: dobbiamo viverla. Ciò
deve avere alcune conseguenze pratiche nella
nostra vita.
La
Congregazione e il Grande Giubileo
48.
E’ praticamente uno stereotipo dire che ci troviamo
sulla soglia di un nuovo millennio. Per quanto
noioso possa essere questo conto alla rovescia
verso il nuovo secolo, non credo che potremmo
ignorare lo straordinario “segno dei tempi”
rappresentato dal Grande Giubileo. Abbiamo fatto
caso ai diversi temi proposti dal Santo Padre
per questa celebrazione? Hanno un accento familiare:
conversione, trasformazione, penitenza, riconcilia-zione,
redenzione, mistero pasquale. Questi stessi
temi sono proprio al cuore della nostra Missione.
49.
E’ ragionevole aspettarsi che tutte le Provincie
e Vice-Provincie intraprendano uno speciale
progetto missionario come parte della celebrazione
del Grande Giubileo? Sono ben consapevole che
alcuni progetti sono già stati pianificati,
come missioni cittadine o speciali pellegrinaggi.
E’ vero anche che i membri di alcune unità –
specialmente quelli che rivestono ruoli-guida
– sono stanchi, scoraggiati e poco fiduciosi
della collaborazione dei loro confratelli. Ma
vorrei pregare ogni unità di inaugurare il terzo
millennio cristiano con un progetto speciale
che sia consono con “la stessa ragion d’essere
della Congregazione nella Chiesa, e il distintivo
della sua fedeltà alla vocazione ricevuta” (Cost.
5).
50.
Possa l’Immacolata Vergine Maria, che, dopo
Gesù Cristo, è la principale Patrona del nostro
santo Istituto, essendo esso nato in un modo
speciale sotto la sua protezione, aiutarci ad
amare il suo Figlio e far sì che Lui sia amato.
In nome del Consiglio Generale
P.
Joseph W. Tobin C.Ss.R.
Superiore Generale
(Il testo originale è in inglese.)