| Communicanda
I - 1997-2003 |
|
SPIRITUALITÀ
La nostra sfida
più importante
COMMUNICANDA 1
Nr.
Prot. 0000 0028/98
Roma, 25 febbraio
1998
Carissimi
Confratelli,
01.
"Ringraziamo
sempre Dio per tutti voi, ricordandovi nelle
nostre preghiere, continuamente memori davanti
a Dio e Padre nostro del vostro impegno nella
fede, della vostra operosità nella carità e
della vostra costante speranza nel Signore nostro
Gesù Cristo" (1 Tess 1,2-3). A cinque mesi dalla
conclusione del XXII Capitolo Generale, e in
questo giorno anniversario dell'approvazione
delle nostre Costituzioni, vi facciamo pervenire
questo documento, che vuole dare un seguito
alla celebrazione del Capitolo e nello stesso
tempo indicare alcune prospettive del nostro
servizio alla Congregazione.
02.
Il Capitolo ha affidato al Governo Generale
la redazione di questa Communicanda,
per l'approfondimento del Messaggio e degli
Orientamenti già inviati a tutta la Congregazione
(Postulati del XXII Capitolo Generale, 1.1.4).
Già sapete che al centro di questi documenti
capitolari c'è stata la spiritualità, assunta
come tema per il sessennio in corso, alla luce
del quale la Congregazione vuole comprendere
e vivere tutti gli aspetti della sua stessa
vita. L'esigenza di trattare questo tema era
però ricorrente già in alcune Riunioni Regionali
preparatorie al Capitolo, a conferma di un bisogno
diffuso in gran parte della nostra Famiglia
missionaria.
03.
Riteniamo tuttavia che la scelta della spiritualità
tenga conto di tutto il cammino percorso negli
ultimi decenni, segnato dai Capitoli generali,
dai rispettivi documenti finali e in particolare
dall'impegno di "accentuare l'annuncio esplicito,
profetico e liberatore del Vangelo ai poveri
lasciandoci interpellare da essi" (XXI Capitolo
Generale, Documento finale, 11). Inserita in
questo contesto, l'opzione per la spiritualità
si rivela in tutta la sua profondità e urgenza.
04.
Questa Communicanda non intende affrontare
il tema della spiritualità in modo esaustivo
o scolastico. Vogliamo avviare una riflessione
sul tema stabilito dal Capitolo Generale, offrendo
a ciascuno di voi un aiuto per essere Redentorista
oggi. Da una parte siamo convinti che la spiritualità
è essenzialmente "esperienza personale e comunitaria
di Dio in Cristo Redentore per opera dello Spirito
Santo", dall'altra dobbiamo tenere presenti
i bisogni delle varie Regioni. Ci auguriamo
inoltre che ogni Unità faccia di questo documento
un uso "condiviso", nella misura e nel modo
che saranno possibili.
05.
Avvertiamo molto forte - e lo stesso Capitolo
Generale lo ha paventato - il rischio che il
tema della spiritualità ci porti lontano dal
terreno proprio e dalle urgenze scomode della
missione. Diciamo subito che "spiritualità"
non vuol dire intimismo, né fuga dalle responsabilità
personali o dal necessario coinvolgimento nella
nostra storia. Non vogliamo teorizzare sulla
spiritualità, ma tenere molto concretamente
davanti agli occhi gli impegni normali come
anche le urgenze che invocano il nostro impegno
efficace. E oltre che sui nostri buoni propositi,
contiamo sulla collaborazione con i laici, che
negli ultimi tempi si è andata sempre più affermando
nei progetti delle diverse Unità. Se da una
parte essi possono "assimilare" la nostra spiritualità
vivendo con noi, frequentando i nostri ambienti
e lavorando con noi, dall'altra possono aiutarci
a rimanere in più stretto contatto con la realtà
e con la dimensione quotidiana della vita.
06.
Un altro rischio desideriamo scongiurare: ed
è quello che ci induce ad affrontare il tema
della spiritualità semplicemente perché lo vuole
una cultura alquanto diffusa oggi. Sappiamo
in che misura la spiritualità rappresenta un
argomento alla moda e persino un fenomeno di
successo commerciale. Un vero e proprio "supermarket
della spiritualità", che spazia dal new age
alle sette esoteriche, seduce molti dei nostri
contemporanei; ma sappiamo anche che questo
fenomeno ha poco in comune con le esigenze proprie
di una fede rivelata, che parte sempre da un
"ascolto" obbediente alla Parola e tende all'incontro
responsabile con una persona, Gesù Cristo.
07.
La spiritualità è motivo di unità per tutta
la Congregazione. Pur tuttavia, non possiamo
dimenticare la grande diversità di situazioni
e di attese: questo va detto sia a proposito
di Regioni e di culture, come anche di persone.
Tra i confratelli alcuni sono fortunatamente
in possesso di una spiritualità più consolidata,
altri avvertono una sorta di "frantumazione"
interiore, altri infine si considerano alla
ricerca di qualcosa che non hanno ancora trovato.
Sono situazioni interiori che vanno al di là
dell'età anagrafica e in cui si intrecciano
misteriosamente la grazia di Dio e le circostanze
della vita, ma proprio considerando questa diversità
di situazioni ogni Unità sappia fare gli opportuni
adattamenti di queste nostre riflessioni.
I
motivi di una scelta
08.
Innanzitutto riteniamo fondamentale interrogarci:
perché il Capitolo Generale ha scelto la spiritualità
come la sfida più importante per tutta la Congregazione
in questi sei anni? Dare una risposta a questa
domanda ci permette di entrare adeguatamente
nelle esigenze proprie di questo tema. Ecco
alcune ragioni che ci sembrano più vicine alla
realtà, ma ci auguriamo che il nostro tentativo
sia anche verificato e proseguito a livello
locale.
09.
La prima nostra impressione è che la Congregazione
ha verificato un attivismo eccessivo, o almeno
una riflessione non proporzionata alle numerose
attività svolte. In altre parole, abbiamo tutti
bisogno di ritrovare i motivi veri e profondi
del nostro agire, e sappiamo che per noi Redentoristi
i motivi riconducono essenzialmente ad una persona,
"l'unica di cui c'è bisogno"(Lc 10,42), Gesù
Cristo Redentore. Questo bisogno è confermato
chiaramente dallo stesso Capitolo Generale,
quando dice che la nostra "principale preoccupazione
deve essere il posto che Dio occupa nelle nostre
esistenze" (Messaggio finale, n.3). Ecco dunque
un'indicazione da cui non possiamo prescindere
e che diventa fonte di gioia per ciascuno di
noi: nella misura in cui cerchiamo di assegnare
a Dio il centro nella nostra vita, ci realizziamo
in pienezza.
10.
Ma riteniamo opportuno avanzare un'altra ipotesi,
che spieghi la scelta del Capitolo, legata chiaramente
alla fase storica che ci troviamo a vivere.
Molti di noi conservano il ricordo di una formazione
- alludiamo agli anni precedenti al Concilio
Ecumenico Vaticano II - in gran parte ispirata
alle norme e ai valori propri dell'osservanza.
Gli anni successivi hanno visto affermarsi una
diversa antropologia e una conseguente formazione,
al centro delle quali dominava la realizzazione
della persona e la sua libertà. Il bilancio
di questi ultimi anni ci ha fatto capire che
questi modelli non si escludono a vicenda. Ma
se, a giudizio di alcuni, il primo modello ha
talvolta favorito una "osservanza senza cuore",
a giudizio di altri il secondo modello ha in
qualche caso creato una "libertà senza scopi".
Spesso il dialogo all'interno delle comunità
ha segnato il passo, i progetti apostolici si
sono rivelati di corto respiro, l'identità delle
persone è andata in crisi. Riteniamo che il
Capitolo Generale abbia visto nella spiritualità
l'elemento capace di dare un senso alla libertà
nella comunità, delineando un possibile e più
credibile cammino per il prossimo futuro.
11.
La nostra "urgenza" di spiritualità può avere
ancora un'altra spiegazione. Viviamo in un tempo
di "innovazione continua" e di progresso tecnologico
accelerato (anche se questo sviluppo non è uguale
in tutte le Regioni). Facciamo fatica a stare
al passo del nostro tempo. Novità non solo tecnologiche
o scientifiche ma più profondamente culturali
mettono a dura prova i nostri orizzonti mentali.
Se nel passato la nostra Regola di vita, le
nostre tradizioni, i "modelli" nel nostro quotidiano
o i Santi sui nostri altari costituivano per
noi dei punti di riferimento alquanto collaudati
e credibili, oggi sperimentiamo di trovarci
sulla soglia di un futuro che non sappiamo cosa
ci riserverà. Avvertiamo la fatica di parlare
di sequela Christi ad un mondo che sembra non
abbia nessuno da seguire. Per questo abbiamo
bisogno di una salutare "zavorra" che ci impedisca
di vivere perennemente in superficie. Sentiamo
il bisogno di qualcosa che ci aiuti a fare sintesi
dentro di noi indipendentemente da fattori esterni
sempre in movimento: e questo "qualcosa" il
Capitolo lo ha intravisto nella spiritualità.
12.
In ogni caso questa fatica di stare al passo
dei tempi la verifichiamo nei confronti della
teologia. Ad esempio, quale ampliamento d'orizzonte
ha conosciuto negli ultimi tempi il concetto
di redenzione? Se molti di noi sono stati formati
ad una decisa attenzione verso la "salvezza
dell'anima", gradualmente abbiamo visto questo
concetto estendersi ad una salvaguardia integrale
della persona (cfr. Cost. 5), e abbiamo compreso
che la Copiosa Redemptio ci mette in un rapporto
nuovo con altre culture e religioni, né può
escludere dai suoi interessi certi problemi
come l'ecologia, la difesa dei diritti umani,
ecc. Sul piano puramente teorico non è difficile
capire questo rapporto, ma nella pratica quanti
hanno accusato un calo di "zelo missionario",
proprio per la consapevolezza di trovarsi di
fronte ad un impegno nuovo e comunque spropositato
alle proprie forze?
13.
Sono stati messi a nostra disposizione numerosi
strumenti di studio e di formazione e si sono
moltiplicate iniziative di formazione permanente,
sia in occasioni straordinarie (centenari dei
nostri Santi, beatificazioni, ecc.) che nel
cammino "feriale" delle varie Unità. Pur tuttavia
dobbiamo ammettere che non sempre il rinnovamento
profondo della nostra vita è stato pari all'impegno
profuso per organizzare queste iniziative. Anche
noi accusiamo sulla nostra pelle e ancor di
più nel nostro intimo quella frattura tra la
fede e la vita che rimane uno dei segni sconcertanti
del nostro tempo. Proprio perché si moltiplicano
le occasioni di conoscenza e di animazione,
avvertiamo più lacerante la difficoltà a incarnare
nel vissuto quotidiano tutto ciò che andiamo
scoprendo.
14.
Questa frattura interiore ed esistenziale si
riflette indubbiamente anche sul nostro modo
di pregare. Già il Capitolo Generale del 1991
ricordava: "sono state abbandonate le 'pratiche
spirituali' considerate poco autentiche o non
adatte alla situazione attuale, ma senza sostituirle
con altre che potessero colmare del tutto il
vuoto che si è prodotto" (Documento finale,
33). Il risultato è l'abituale assenza di un
programma di preghiera in queste comunità, e
più in generale un certo "vuoto" spirituale
nel quale molti confratelli fanno fatica a ritrovarsi.
C'è da chiedersi se guardando a certi nostri
ambienti - spiritualmente "anemici" - sia legittimo
parlare di comunità religiosa. C'è da domandarsi
se è giusto, alla luce della "consacrazione",
rassegnarsi passivamente ad un contesto secolarizzato.
C'è da chiedersi se un simile modo di progettare
(o non progettare) la comunità può avere un
minimo di attrattiva sulle giovani generazioni.
E' un punto, questo, su cui ognuno dovrebbe
ricercare la propria parte di responsabilità.
15.
Il "vuoto" spirituale spesso ha dato il motivo
a dei confratelli per una "fuga" verso altre
spiritualità o movimenti ecclesiali, magari
per cercare fuori ciò che non trovavano dentro
la comunità. Siamo convinti che non si può negare
a nessuno il diritto del proprio sviluppo personale
e spirituale. Ma là dove questo fenomeno continua
a verificarsi, esso suggerisce domande molto
precise: la comunità è capace di creare l'ambiente
idoneo alla realizzazione piena dei confratelli?
Offre alle persone lo spazio "umano" perché
essi esprimano i loro desideri più profondi?
Cerca di dare risposta a questi desideri in
un contesto di "comunità bene ordinata" (Cost.
44-45; St. 041) e con un adeguato progetto di
preghiera?
16.
Non può lasciarci indifferenti neanche il numero
di confratelli che lasciano la Congregazione
dopo qualche anno di consacrazione o di ministero:
il fatto stesso che una parte di essi dimostra
insoddisfazione dopo l'abbandono, ci fa chiedere
se li abbiamo aiutati a realizzarsi umanamente
e spiritualmente. Anche se fenomeni del genere
si sono verificati pure in epoche precedenti
alle nostre e trovano riscontro attualmente
anche in altre famiglie religiose, non possiamo
esimerci da porci alcune domande: cosa cercavano
questi confratelli nella comunità Redentorista
e non hanno trovato? Ci riteniamo fraternamente
responsabili gli uni della vocazione dell'altro?
Questi interrogativi naturalmente devono farci
pensare non solo ai confratelli che lasciano,
ma anche a quelli che, pur rimanendo in Congregazione,
si adeguano loro malgrado e in un modo impercettibile
ad uno stile di vita senza slanci, che chiama
in causa i motivi più profondi del nostro vivere
insieme.
17.
Ad un livello ancora più generale, dobbiamo
ammettere che nella nostra vita quotidiana,
nei rapporti interpersonali, nella cura pastorale
non sempre riusciamo a motivare le cause vere
della nostra consacrazione e del nostro ministero,
e "a rispondere a chiunque ci domandi ragione
della speranza che è in noi" (1Pt 3,15). Abbiamo
imparato a condividere le nostre esperienze
spirituali tra di noi? Cosa mancherebbe al mondo
di oggi se improvvisamente venisse a mancare
il carisma Redentorista? Cosa ha da dire l'intuizione
di Alfonso a questa nostra cultura? Riusciamo
a comunicare la vera attualità della spiritualità
Redentorista e a proporla a dei laici perché
la condividano, e a dei giovani perché ne facciano
un'ipotesi di vita? In che modo cerchiamo di
proporci come "scuola di vera spiritualità evangelica"
(Vita consecrata, 93)?
18.
Queste domande invocano non solo un serio impegno
culturale, ma anche il recupero di un'identità
personale e di un autentico contesto di famiglia.
In questo senso forse troviamo un fedele "termometro"
del problema-spiritualità nella gioia che avvertiamo
abitualmente presente o assente a livello di
persone e di comunità. Dovremmo ritrovare tutti
un senso di appartenenza ed un sano orgoglio
di essere Redentorista. Forse è questa la ragione
che riassume tutte le altre, e che ha indotto
il Capitolo Generale a propendere per la spiritualità.
Elementi
di spiritualità redentorista
19.
Chi ha partecipato al XXII Capitolo Generale
o lo ha seguito attraverso i mezzi di comunicazione,
e chi in ogni caso - ad esempio con la lettura
del Messaggio finale, degli Orientamenti e dei
Postulati - accosta ciò che il Capitolo ha voluto
prima maturare e poi esprimere a tutta la Congregazione,
forse potrà condividere con noi questa impressione:
in gran parte dei casi l'attenzione del Capitolo
si è fermata con più frequenza sulla "spiritualità"
che sulla "spiritualità Redentorista". Non vogliamo
minimamente suggerire l'idea di una dicotomia
tra questi due valori: la spiritualità si è
andata sviluppando nella nostra concreta vocazione
come "Redentorista", e perciò non può essere
pensata a prescindere da questa connotazione.
Vogliamo solo sottolineare il linguaggio usato
dal Capitolo. L'insistenza con cui esso è tornato
sulla semplice "spiritualità", implica almeno
tre conseguenze.
20.
La prima è che ci andiamo accorgendo che vanno
riscoperti i "fondamenti" della nostra vita
spirituale. Molto più che una conoscenza specifica
del nostro carisma, abbiamo bisogno di ricomprendere
la struttura di una vita di fede e il senso
elementare della consacrazione. Se la conoscenza
specifica diventa fine a se stessa, rischia
di diventare un esercizio puramente accademico.
21.
La seconda conseguenza è che non dobbiamo peccare
di miopia, concentrando la nostra attenzione
semplicemente sul nostro specifico e dimenticando
l'orizzonte ampio ma esigente della spiritualità,
in cui si colloca il carisma Redentorista. "Nella
grande santa Chiesa, la Congregazione non è
una cappella laterale. La sua missione la pone
nel centro della chiesa, là dov'è l'altare e
viene celebrato il mistero della pasqua di Cristo
per la salvezza del mondo. È chiamata a realizzare
ciò che è centrale, a continuare Cristo e l'evento
della salvezza che è in Cristo. Qual è dunque,
la sua specificità nel complesso della Chiesa?
La sua specificità sta nella realizzazione dell'essenziale,
secondo un'intensa pienezza" (F.X. Durrwell,
C.Ss.R.). D'altra parte, non possiamo pretendere
che la nostra spiritualità abbia elementi esclusivi,
che ci caratterizzi immediatamente nella Chiesa.
Gran parte dei fattori tradizionalmente ritenuti
"Redentoristi" (il predicare ai poveri, la popolarità
della missione, la Vita divota, ecc.) trovano
riscontro in altre spiritualità e in altre Famiglie
Religiose: è piuttosto il modo in cui questi
elementi si tengono insieme che in un certo
senso può caratterizzarci. E questo modo a sua
volta comporta tanti altri fattori: lo stile
di vita personale, il modo di rapportarsi e
di parlare, un certo clima comunitario, ecc.
tutti elementi che - a quanti ci accostano e
ci conoscono da vicino - fanno dire istintivamente
"è un Redentorista".
22.
Una terza conseguenza - ma dovremmo dire la
più importante - è che la scelta della spiritualità
(ancor prima che della "spiritualità Redentorista")
impone al centro dell'attenzione di ognuno di
noi la nostra relazione personale con Cristo
per vedere se questa "ispira effettivamente
e in modo privilegiato il nostro modo di vivere"
(Messaggio finale, 1). "In qualsiasi contesto
ci troviamo a vivere, crediamo che tutti noi
Redentoristi siamo chiamati a mettere a fuoco
un aspetto centrale della nostra spiritualità,
vale a dire il modo in cui nutriamo ed esprimiamo
la nostra relazione con Gesù Cristo" (Messaggio
finale, 3). A questa relazione è lo Spirito
Santo che incessantemente ci attrae e ci anima.
E' lui che suscita il desiderio di una risposta
piena, facendo di ciascuno di noi una persona
"cristiforme" (Vita consecrata, 19), E' lui
che "persuade" la nostra intelligenza, facendole
accettare con gioia e per amore ciò che ad occhi
umani può apparire semplicemente "follia".
23.
Per guardare più direttamente alla spiritualità
Redentorista, le nostre Costituzioni ci offrono
materiale sufficiente per definirla. Pregando
con esse, studiandole, possiamo capire il perché
della nostra vocazione e i tratti essenziali
che la caratterizzano. In quelle pagine abbiamo
modo di capire i vari aspetti dell'identità
Redentorista, che sostanzialmente consiste nel
"seguitare l'esempio del nostro Salvatore Gesù
Cristo in predicare ai poveri la divina parola"
(Cost. 1). Una crescente familiarità con la
nostra "Regola di vita" ci permette di cogliere
con uno sguardo d'insieme quella che è la nostra
spiritualità, che altrimenti rimane qualcosa
di indicibile.
24.
Alla luce di questa scelta di fondo e della
tradizione che ne è nata, possiamo individuare
alcuni elementi costitutivi, tra i quali dobbiamo
sempre distinguere ciò che è essenziale da ciò
che è periferico, e che proponiamo alla vostra
attenzione senza la pretesa della completezza
o del rigore metodologico:
- siamo
Redentoristi: la nostra spiritualità si colloca
nella teologia dell'incarnazione;
- siamo
missionari, e perciò essenzialmente annunciatori
del Vangelo, il cui "cuore" è la misericordia;
- il
Redentorista ha un senso "popolare", un approccio
facile con la gente e un linguaggio semplice;
- la
spiritualità Redentorista è sorgente e frutto
della missione (Messaggio finale, n. 6);
- il
Redentorista ha compassione dei poveri;
- il
nostro coinvolgimento pastorale, specialmente
con i poveri e abbandonati, è costitutivo
della nostra spiritualità (Messaggio finale,
n.8).
25.
Parimenti crediamo che dobbiamo riservare alla
Madonna del Perpetuo Soccorso uno spazio più grande
ed evidente nella nostra spiritualità. Lo zelo
e la creatività dei Redentoristi hanno fatto di
questa icona la più diffusa al mondo, ed essa
può aiutarci a fare conoscere ulteriormente il
nostro carisma. Inoltre questo titolo del "Perpetuo
Soccorso" è del tutto in linea con la causa della
Copiosa Redemptio.
26.
Ma non dobbiamo dimenticare che la nostra è
anche una spiritualità comunitaria, si impara
nella comunità e deve essere tangibile anche
in alcune concrete strutture comunitarie, dando
soprattutto il dovuto spazio alla Parola di
Dio, alla liturgia e all'Eucarestia (cfr. Cost.
27). Noi stessi, risalendo alla storia della
nostra vocazione, possiamo dire che la spiritualità
non l'abbiamo imparata dai libri ma dai confratelli,
dal loro stile di vita, da un certo metodo di
lavoro e di apostolato da noi osservato e lentamente
"assimilato". Risalendo ancora più indietro
nel tempo, dobbiamo dire che la stessa nostra
Congregazione si è caratterizzata sin dal suo
nascere per via di precise scelte concrete e
operative (ad esempio quella di "incarnare"
la predilezione di Cristo per i poveri, fondando
le case al crocevia di luoghi abitati dai più
abbandonati). In ogni caso il nostro modo di
avvicinare il tema della spiritualità deve farci
chiedere se la nostra testimonianza è tangibile
e in qualche modo condivisibile, e se le nostre
strutture comunitarie e apostoliche sono al
servizio di questa testimonianza.
27.
La scelta che il Capitolo ha fatto a favore
della spiritualità Redentorista è dunque di
vitale importanza per noi, almeno per tre fondamentali
ragioni:
- un
motivo psicologico vuole che nella spiritualità
sia in gioco la nostra stessa identità. E'
sul carisma Redentorista che abbiamo "giocato"
la nostra esistenza, è in questa "intuizione
nello Spirito" che un giorno abbiamo ritrovato
il nostro stesso volto. Le difficoltà proprie
del nostro tempo o l'inadeguatezza delle strutture
sono un problema certamente, ma che va superato
avendo a cuore l'importanza di un simile traguardo;
- una
ragione teologica ci porta alla mente quanto
dice il nostro Fondatore: "Iddio vuole tutti
santi, ed ognuno nel suo stato, il religioso
da religioso, il secolare da secolare, il
sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato,
il mercadante da mercadante, il soldato da
soldato, e così parlando d'ogni altro stato"
(Pratica d'amar Gesù Cristo, cap. VIII). Se
ognuno è chiamato a diventare santo nel proprio
stato di vita, anche noi siamo chiamati ad
"abbracciare" la nostra situazione e a cercare
da Redentoristi oggi la volontà di Dio;
- un
motivo apostolico ci ricorda che andare dai
poveri senza portare Dio con noi rischia di
sfruttarli. È a partire dall'esperienza dell'amore
di Dio che sant'Alfonso ha capito meglio le
necessità dei poveri. Abbassare il livello
della nostra vita spirituale e pretendere
di essere credibili al cospetto dei poveri
corrisponde ad una forma di illusione per
noi e di inganno per i poveri stessi. E' il
nostro stesso progetto apostolico che si apre
al fallimento.
Alcuni
riflessi sulla nostra vita
28.
"Crediamo che la Congregazione si veda oggi
offrire una grande grazia di conversione al
Redentore". Questa frase del Messaggio finale
del Capitolo (n.5) rischia di essere scambiata
per una delle tante raccomandazioni al rinnovamento
della nostra vita, che passano inosservate.
In certi nostri contesti è diventato difficile
affrontare l'argomento della conversione, per
la paura di mettere in discussione diritti acquisiti
o uno stile di vita che si è finito per ritenere
"intoccabile". Pur tuttavia lo splendido ruolo
giocato dalla spiritualità nella nostra esistenza
non è per favorire un senso di colpa o di fallimento,
ma per aprirci, qui e ora e se solo lo vogliamo
- alla novità di Dio. "Ecco, faccio una cosa
nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?"
(Is 43,19).
29.
Ogni conversione è per oggi. "Ascoltate oggi
la sua voce: "Non indurite il cuore"" (Sal 95,8),
Ma uno sguardo attento al nostro tempo ci fa
capire che rimandare questa conversione può
essere fatale per il futuro della Congregazione
e per il significato stesso della nostra missione.
Oggi andiamo sempre più chiaramente comprendendo
cosa vuol dire "continuare il Redentore" tra
gli abbandonati. Oggi andiamo scoprendo la fame
e la sete di vita spirituale di cui soffre il
mondo. Oggi ci accorgiamo che questa fame e
questa sete sono più acuti proprio nella misura
in cui sono mascherate o strumentalizzate. Oggi
disponiamo ancora di sufficienti energie personali
e morali per decidere in modo concreto e coraggioso.
30.
La scelta della spiritualità comporta il recupero
urgente di un atteggiamento di fondo, che si
rivela concreto nella misura in cui sostiene
un progetto apostolico. Siamo chiamati a maturare
uno "sguardo contemplativo sulla vita" (Orientamenti
sul tema della spiritualità, Introduzione),
tale da farci riscoprire la ricchezza del nostro
mondo interiore (cfr. Cost. 24). Familiarizzando
con questo mondo, possiamo dialogare con Dio
come figli, e coltivare una memoria dei "passi"
che Dio ha percorso nella nostra storia facendoci
suoi. Dobbiamo riscoprirci personalmente "redenti",
per poter essere credibilmente "Redentoristi".
D'altra parte, uno stile di vita perennemente
"in superficie", una incapacità a meditare,
a fermarsi sulla parola di Dio e a fare silenzio
non è una base valida per un progetto di spiritualità.
Il problema si acutizza, poi, quando questa
incapacità è diventata "stile di vita comunitario".
Ben sappiamo che ci sono situazioni comunitarie
e apostoliche in cui è difficile salvaguardare
un clima di silenzio e di preghiera, e in vari
casi è giusto che sia così. Pur tuttavia, ogni
comunità dovrebbe fare una verifica al riguardo,
per cercare le soluzioni più opportune e sanare
l'evidente squilibrio che c'è tra il bisogno
di spiritualità da una parte e i momenti o gli
strumenti in cui questo bisogno viene appagato,
a livello personale e comunitario.
31.
Se la conversione ci vede impegnati in questa
attenzione ad intra, pur tuttavia non dimentichiamo
che essa ci deve proiettare contemporaneamente
ad extra, al duplice confronto con la Chiesa
e con il regno di Dio, all'interno del quale
ha senso il nostro carisma. Questo ci chiede
concretamente di tessere i giusti rapporti con
le strutture ecclesiali locali, di conoscere
meglio gli altri carismi, di ispirare sempre
più alla gratuità il nostro servizio. Ci chiede
anche di impegnarci a conoscere meglio come
la Congregazione vive ed attua oggi - spesso
con eroismo e creatività - il suo carisma nelle
diverse Regioni del mondo. Esige un serio sforzo
culturale per motivare il valore autentico del
nostro servizio alla Chiesa e al mondo.
32.
Ma questa conversione ad extra ci chiede soprattutto
di avvicinare il tema della spiritualità avendo
per criterio il nostro servizio alla missione.
"La nostra spiritualità è anche modellata dalla
provocazione a entrare nelle lotte e nelle sofferenze
dei poveri, dove Gesù continua a rivelarsi come
servo sofferente" (Messaggio finale, 6). Così
come hanno fatto i Capitolari, tutti noi dobbiamo
chiederci "in che misura il nostro impegno per
i poveri è espressione della nostra spiritualità,
e in che modo esso ci aiuta a sviluppare una
spiritualità più autentica" (Messaggio finale,
n.8).
33.
E' importante che queste domande ci accompagnino
già nel nostro abituale modo di considerare
la spiritualità e nel nostro stile di preghiera
personale e comunitario. Normalmente accade
che una spiritualità sia modellata dagli eventi
che colpiscono le nostre persone e suscitano
in noi domande profonde: sono delle notizie
sconvolgenti, momenti di conflitto con noi stessi
e con gli altri, fasi di vita particolarmente
combattute, ecc. Noi crediamo che un Redentorista
al centro della preghiera personale e comunitaria
debba mettere sempre più il grido dei poveri,
le loro preoccupazioni, i problemi della vita
quotidiana, le situazioni di ingiustizia e di
oppressione. Questo gli permette non solo di
contribuire alla Copiosa Redemptio, ma di rendere
anche puro il suo sguardo per un apostolato
generoso e concreto.
34.
La sfida della spiritualità provoca anche ciascuno
di noi a identificarci con i poveri, dinanzi
ai quali molti Redentoristi, a cominciare da
sant'Alfonso, hanno avuto una decisiva conversione.
Ma questo cambiamento ha concreti riflessi sul
nostro stile di vita, ispirandolo alla semplicità
e all'essenzialità? Ci guardiamo a sufficienza
dal rischio del consumismo? Come potranno le
nostre orecchie rimanere sensibili, quando il
rumore del mondo ci fa sordi alla voce dei poveri
o le nostre abitudini sono così diverse dalle
loro?
35.
Parimenti questa spiritualità "modellata dalla
nostra attenzione ai poveri" deve comportare
un investimento a livello di cultura. Dobbiamo
fare tutti del nostro meglio per motivare teologicamente
e apostolicamente il nostro servizio ai poveri
in questa fase della nostra storia, in cui la
caduta delle grandi ideologie finisce con l'emarginare
ulteriormente quelli che sono gli abbandonati.
Dobbiamo sempre ripartire con coraggio da domande
come queste: in che modo la nostra spiritualità
è segno di contraddizione nella società in cui
viviamo? Il nostro essere nel mondo ci fa rassegnare
in modo acritico e passivo alla logica del mondo
(Gv 17, 11.14)? Siamo noi ad adeguarci alla
società, o siamo un segno per essa? In cosa
consiste la nostra "profezia" nell'annunciare
il Vangelo e il carisma Redentorista? In che
modo il nostro carisma è chiaro ed è credibile
come proposta vocazionale agli occhi dei giovani?
Come ci poniamo nel dialogo con altre chiese,
religioni e culture?
36.
Queste domande possono apparire esigenti al
punto da scoraggiarci, o favorire l'idea di
un certo pessimismo con cui il Governo Generale
guardi al presente e al futuro della Congregazione.
Vogliamo invece ribadire la grande fiducia che
anima il nostro servizio e il nostro giudizio
sul ruolo che la storia ci chiama a giocare:
e la spiritualità ci offre l'occasione di rendere
più credibile questo ruolo, più incisivo il
nostro servizio. Questa fiducia si radica anche
nella bellezza della nostra storia: in essa
troviamo radici sufficientemente profonde perché
lo Spirito produca oggi nuova linfa. Testimoni
straordinari e normali della nostra tradizione
raccontano ancora oggi di una santità gioiosa,
certo non immune da problemi, ma anche umanamente
appagante. La loro comunione entusiasta col
Cristo redentore e la loro prontezza a riconoscerlo
nei poveri ci dicono che la "sfida" continua,
perché Cristo (Mt 28,20) e i poveri (Mc 14,7)
sono sempre con noi. Non ci mancherà mai la
"materia prima" per una dedizione generosa!
E la spiritualità con cui i Redentoristi hanno
da sempre attuato questa dedizione non smette
di essere attuale.
37.
Di questa "fatica" propria del nostro tempo
sono chiamati a farsi carico in primo luogo
i Superiori, locali e (vice)Provinciali. Di
fronte alle tante esigenze che il loro ruolo
richiede, e soprattutto in assenza di quelli
che un tempo erano i punti di riferimento condivisi
(la Regola, l'orario, l'ubbidienza assoluta,
ecc.), essi talvolta possono sentirsi impreparati
e scoraggiati. La spiritualità li provoca ad
andare alle radici profonde del loro servizio
(che sono poi quelle dell'amore e dell'attenzione
alle persone), chiede loro di essere pastori
più che amministratori. Sappiamo che questo
non basta per un espletamento ottimale del loro
mandato, ma senza dubbio contribuisce a conferirgli
un senso e una prospettiva di speranza.
Conclusione
38.
Riteniamo che questa Communicanda debba
sostenere un processo di discernimento avviato
già col Capitolo Generale, anche là dove esso
non ha avuto ancora attuazione concreta. E'
un processo da cui nessuno - a partire dallo
stesso Governo Generale - deve ritenersi dispensato.
La scelta del Capitolo Generale diventerà effettiva
se troverà riscontro in un "cammino" promosso
a livello locale e nelle iniziative che lo segneranno.
Se a livello (vice)Provinciale occorrerà attendere
il programma opportunamente organizzato dal
Governo (vice)Provinciale (ad esempio con la
promozione di corsi di formazione, tracce di
riflessione, assemblee o Capitoli provinciali,
ecc.), è vero anche che ogni comunità può e
deve prevedere le occasioni in cui riflettere
e decidere sulla spiritualità (revisione di
vita, organizzazione e qualificazione della
preghiera, ecc.): occasioni che sarà opportuno
far rientrare in quel "progetto di vita comunitaria"
richiesto dal Capitolo Generale (Postulato 3.1).
39.
Per una piena attuazione della scelta del Capitolo
Generale, si rivelano di grande aiuto gli Orientamenti
sul tema della spiritualità, che vanno considerati
organicamente uniti a questa Communicanda.
Riteniamo che con questi Orientamenti il Capitolo
ha affidato alle diverse Unità un materiale
consistente di possibili, concrete iniziative
da attuare a livello locale. Ogni (vice)Provincia
vi troverà quanto necessario per un programma
adatto alla propria situazione, per la definizione
del quale sarà opportuno tenere presente l'aiuto
che ci possono dare le Consorelle dell'Ordine
del Santissimo Redentore e i Missionari e Cooperatori
Laici Redentoristi.
40.
Da parte sua, il Governo Generale si propone
di sviluppare "un programma di rinnovamento
per i confratelli, basato sulle fonti alfonsiane
e redentoriste, se possibile sui luoghi storici
alfonsiani" (Postulati approvati dal XXII Capitolo
Generale, 4.1) e di "proseguire nell'idea di
promuovere più corsi di spiritualità nella forma
che si riterrà più opportuna" (4.2). Così ricordiamo
che sono previste "riunioni di Superiori maggiori
e Superiori regionali nelle Regioni, verso la
metà del sessennio, per valutare la risposta
delle unità al XXII Capitolo Generale" (Orientamenti
sul tema della spiritualità, 10.1) e l'incontro
- già sperimentato come positivo nello scorso
sessennio - dei neo eletti Superiori Maggiori
delle diverse (vice)Provincie. Crediamo inoltre
che questa Communicanda può e deve
aiutare durante la visita del Governo Generale
alle (vice)Provincie, per un confronto sulle
tematiche trattate e per una loro applicazione
alle situazioni concrete. Ma riteniamo indispensabile
la collaborazione delle (vice)Provincie per
l'attuazione di questi programmi e - cosa ancora
più importante - ci preme avere sin da ora dalle
varie (vice)Provincie un riscontro che risponda
almeno alle domande: quali sono i punti della
Communicanda che riflettono più da
vicino i problemi a livello locale? Quali decisioni
concrete ci si propone di adottare? Quale aiuto
si attende dal Governo Generale?
41.
Affidiamo, fratelli carissimi, questa traccia
di riflessione all'azione feconda e creatrice
dello Spirito Santo, in quest'anno 1998 che
la Chiesa vuole dedicato in modo particolare
alla Terza Persona della Santissima Trinità.
Egli "ci faccia gustare la sua amicizia, ci
riempia della sua gioia e del suo conforto,
ci aiuti a superare i momenti di difficoltà
e a rialzarci con fiducia dopo le cadute, ci
renda specchi della bellezza divina. Ci dia
il coraggio di affrontare le sfide del nostro
tempo e la grazia di portare agli uomini la
benignità e l'umanità del Salvatore nostro Gesù
Cristo" (cfr. Vita consecrata, 111). A tutti
voi i nostri saluti più cordiali e fraterni,
che vi preghiamo di estendere alle Consorelle
dell'Ordine del SS. Redentore e alle altre Religiose
della famiglia Alfonsiana, ai Missionari e ai
Cooperatori Laici Redentoristi.
A nome del Consiglio Generale,
P. Joseph Tobin , C.Ss.R.,
Superiore General
(Il
testo originale è questa in lingua italiana.)