COMMUNICANDA
11
Roma, 25 Dicembre 1988
Gen. 476/88
LA COMUNITÀ APOSTOLICA REDENTORISTA: PER SÉ STESSA
ANNUNCIO PROFETICO E
LIBERATORE DEL VANGELO
Cari Confratelli,
I. SCOPO DI
QUESTO «COMMUNICANDA»
1. Quando parliamo
di «annuncio del vangelo», pensiamo generalmente
alla predicazione e alle altre attività apostoliche.
Abbiamo una tradizione per la quale il lavoro
pastorale gode di assoluta priorità. E questo
lavoro apostolico è stato inteso principalmente
come ministero sacramentale, predicazione
e catechesi. Tutto perciò al servizio di questo
lavoro. Per questa ragione, anche la nostra
comunità religiosa è stata concepita unicamente
in base alle necessità dell'apostolato.
Negli ultimi anni, però, stiamo scoprendo progressivamente
che la nostra vita di comunità è per sé stessa
testimonianza evangelica, e come tale costituisce
parte vitale della nostra missione evangelizzatrice.
Le nostre Costituzioni danno grande rilievo alla vita di
comunità: vivere in comunità è uno dei valori
essenziali della nostra Congregazione, come
la proclamazione esplicita e l'opzione per
i poveri. «Ecco dunque la legge fondamentale
per la vita dei congregati: vivere nella comunità
e, per mezzo della comunità, svolgere l'attività
apostolica» (Cost. 21).
2. Molte volte
parliamo di dicotomia tra la nostra «vita
religiosa» e il nostro «apostolato»; da questa
dicotomia ci pone in guardia già la prima
costituzione: «La Congregazione seguita l'esempio
di Cristo con la vita apostolica, che fonde
insieme la vita di speciale dedicazione
a Dio e l'attività missionaria dei Redentoristi.»
Uno dei motivi per i quali sentiamo tale dicotomia
è perché non poniamo adeguata attenzione ad
un aspetto della predicazione missionaria:
«Tutta l'attività missionaria deve tendere
a creare e consolidare tali comunità di fedeli
che siano capaci di vivere degnamente la vocazione
alla quale sono stati chiamati, svolgendo
la triplice funzione:sacerdotale, profetica
e regale che Dio ha loro affidato» (Cost.
12). Se dobbiamo annunciare questo messaggio
ai poveri abbandonati, non lo dobbiamo forse
vivere anzitutto tra di noi?
3. L'ultimo
Capitolo Generale della nostra Congregazione,
nello stabilire il tema principale per questo
sessennio, ha indicato coloro ai quali siamo
inviati (evangelizare pauperibus),
aggiungendo una caratteristica importante:
«a pauperibus evangelizari». Pensiamo
che ambedue le parti del tema hanno relazione
diretta non solo con il nostro lavoro pastorale,
ma anche con la nostra vita di comunità apostolica.
Ci invitano a riesaminare i veri fondamenti
della nostra vita di comunità per rinvigorire
la qualità evangelica delle nostre relazioni
mutue come fratelli, e a riflettere sulla
testimonianza che la nostra comunità apostolica
può offrire alla nostra società attuale, (cfr.
DF, 09, 10, 11, 12)
4. Scriviamo
questa lettera per promuovere questo processo
nella nostra Congregazione. D'altra parte
queste riflessioni non vogliono essere un
trattato su tutte le dimensioni della nostra
comunità apostolica. Le troviamo già nelle
nostre Costituzioni, specialmente nel Capitolo
IL Ciò che ci proponiamo è riflettere sul
nostro vivere e lavorare insieme come comunità
apostolica, precisamente alla luce del tema
principale dell'ultimo Capitolo Generale:
evangelizare pauperibus et a pauperibus
evangelizari.
Invitiamo perciò tutti i nostri confratelli a fare insieme
a noi una seria riflessione sulla nostra comunità
apostolica per poter progredire nel rinnovamento
della nostra Congregazione,
II. SITUAZIONE
ATTUALE NELLA
NOSTRA CONGREGAZIONE
5. Grazie a Dio, nelle nostre comunità si sono verificati
importanti tentativi e realizzazioni. Non
dobbiamo lamentarci sproporzionatamente delle
nostre comunità: anche se non perfette, hanno
grandi meriti.
Il Segretariato per la Vita Comunitaria ha svolto una inchiesta
sulla situazione della vita comunitaria nella
Congregazione. Nonostante l'appartenenza a
molte culture diverse, come Redentoristi condividiamo
molte esperienze somiglianti.
-
La nostra
missione apostolica nella Chiesa è sempre
più concepita come una attività che i Confratelli
devono svolgere, lavorando insieme come comunità.
Gli sforzi fatti per stabilire le priorità
pastorali ne sono una prova.
-
La massima
parte delle nostre comunità sono conosciute
per la loro cordialità ed accoglienza. Esiste
semplicità e assenza di formalismo nelle nostre
mutue relazioni che riducono le barriere artificiali.
Esiste generosità nell'aiutarci a vicenda
nel nostro lavoro e nei nostri obblighi.
-
Vediamo
una maggiore apertura nell'invitare nelle
nostre case coloro che collaborano con noi
nella pastorale, come pure coloro che cercano
di riflettere sulla propria vocazione.
- Dopo le crisi
sofferte, si nota ora uno sforzo comune nella
maggioranza delle unità per scoprire nuove
forme di vita comunitaria.
6. Abbiamo,
però, l'impressione che alcuni confratelli,
non credono nella possibilità di vivere l'ideale
della vita comunitaria. Forse hanno avuto
dei problemi nelle relazioni con i confratelli
che si trovavano in difficoltà di vita e di
lavoro con altri in comunità. In seguito a
simili esperienze, alcuni possono concludere
che non vale la pena scomodarsi per cercare
di vivere e lavorare insieme; cercano perciò
di trovare ciò che possono far da soli.
E pertanto, per alcuni confratelli la comunità primaria,
non è la loro comunità come tale: cercano,
per sostituirla amici e gruppi che li aiutino
a sopportare o ad accettare le difficoltà
che incontrano in comunità, o a cercare senso
e soddisfazione in ciò che fanno.
7. In alcune
comunità costituisce un problema per i confratelli
la mancanza dì una esperienza autentica di
affetto. Alcuni restano legati al vecchio
ideale di una vita basata principalmente nella
regola e nella disciplina, senza speciale
interesse per la comunione fraterna. Ci sono
anche delle comunità che hanno tolto di mezzo
tutte le strutture della vita comunitaria
del passato, ma non hanno introdotto alcuna
struttura nuova. E tale situazione ha prodotto
una sensazione di vuoto o sentimenti di frustrazione.
E' questo il motivo per cui alcune comunità vanno scoprendo
sempre più la necessità di sviluppare un'autentica
vita affettiva nelle relazioni all'interno
della comunità e con le altre persone.
8. Siamo ancora
in cammino; siamo ancora cercando nuove forme
di vita comunitaria: forme adatte alle varie
culture e tradizioni, e alle diverse specie
di comunità…
Stiamo sperimentando le stesse sfide nella Comunità del
Consiglio Generale: come svolgere la nostra
vita comunitaria in un processo continuo di
esperienza, di discernimento e di conversione.
Come in tutte le nostre comunità, anche nel
Consiglio Generale, come comunità, dobbiamo cercare e rinnovare continuamente
il modo di testimoniare e vivere i valori
^evangelici della comunità nella nostra missione
nella Congregazione.
III. FONDAMENTI
DELLA COMUNITÀ APOSTOLICA
9. Quando le
nostre Costituzioni parlano di «comunità apostolica»
si riferiscono alla primissima comunità apostolica:
quella di Gesù e dei suoi Apostoli: «La vita
comunitaria fa sì che i Congregati, ad imitazione
degli Apostoli (cfr. Mc 3,14; At 2, 42-45;
4, 32) in un rapporto di sincera amicizia,
mettano insieme preghiere e propositi, lavori
e dolori, successi e insuccessi, e anche i
beni materiali, per servire il Vangelo» (Cost.
22).
10. Cominciamo
perciò a riflettere su questa comunità apostolica
primitiva: «Poi egli sale verso il monte e
chiama presso di sé coloro che voleva ed essi
si avvicinarono a lui. Egli ne stabilì dodici
che stessero con lui, per mandarli a predicare»
(Me 3, 13-14),
Vi sono tre elementi essenziali nella vita di questa comunità
apostolica:
-
essere
chiamati da Gesù;
-
stare
con Gesù;
-
essere
inviati da Gesù.
11. Non ci riuniamo
in comunità per nostra propria scelta, né
per motivi di efficienza pastorale o di appoggio
psicologico. Siamo stati chiamati dal Signore
per star con Lui. E; questa chiamata
che ci ha stabilito in comunità, non i legami
di sangue, l'ideo logia o la nazionalità.
Questa chiamata ci dà la possibilità di essere
una continuazione della comunità apostolica,
di «essere davanti agli uomini segni e testimoni
della potenza della Risurrezione di Cristo,
mentre annunziamo la vita nuova ed eterna»
(Cost. 51).
12. L'iniziativa
di Gesù che chiamò gli apostoli per stare
con Lui e per essere da Lui inviati, non creò
solamente questa comunità particolare, ma
anche una nuova qualità di relazioni tra coloro
che facevano parte di questa comunità:
«Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quel che
fa il padrone; vi ho chiamato amici, perché
vi ho fatto conoscere tutto quello che ho
udito dal Padre mio» (Jo 15,15-16).
Questa esperienza di comunità (o amicizia) con Gesù, rende
possibile agli apostoli di ascoltare e comprendere
il messaggio del Regno di Dio, vissuto e proclamato
da Gesù:
«A voi è dato conoscere i misteri del Regno dei Cieli,
ma a loro non è stato concesso...ma beati
i vostri occhi, perché vedono, e i vostri
orecchi, perché odono» (Mt 13,11-16).
13. La relazione
degli apostoli con Gesù rivela anche una nuova
relazione con Dio e degli uni con gli altri:
-
imparano
a chiamare Dio 'Padre': «Gesù si trovava un
giorno in una certa località e stava pregando.
Quando ebbe terminata la sua orazione, uno
dei discepoli gli disse: 'Signore, insegnaci
a pregare, come ha insegnato Giovanni ai suoi
discepoli.' Egli disse loro:' Quando pregate
dite: Padre…'» (Lc 11,1-2).
-
Essendoci
un solo Padre, essi non possono non essere
che fratelli tra di loro: «Ma voi non vogliate
essere chiamati maestri, perché uno solo è
il vostro maestro, e voi site tutti fratelli.
E non chiamate nessuno sulla terra padre vostro,
perché uno solo è il Padre vostro, quello
che sta nei cieli» (Mt 23,8-9).
14. Pertanto,
questa comunità vive secondo nuove leggi,
molto diverse dalle leggi di questo mondo:
«Allora, chiamatali presso di sé, Gesù disse loro: Voi
sapete che quelli che passano per capi delle
nazioni, le governano con imperio, e i loro
grandi esercitano il potere su di esse. Ma
non così deve essere fra di voi. Al contrario,
colui che vorrà diventar grande fra voi, sarà
il vostro servo; e colui che fra voi vorrà
essere il primo, sarà lo schiavo di tutti»
(Mc 10,42-44).
15. Attraverso
questa nuova forma di vivere insieme, il Regno
di Dio è già presente in questo mondo. E l'unione
fraterna di questa comunità è la testimonianza
che induce la gente a credere in questo Regno:
«Ti prego affinché siano tutti una cosa sola,
come tu sei in me, o Padre, e io in Te; che
siano anch'essi una sola cosa in noi, affinché
il mondo crea che tu mi hai mandato» (Jo 17,21).
16. Questo nuovo
stile di comunità umana deve mantenersi vivo
ed esser testimonianza davanti al mondo per
quelli che credono in Gesù Cristo, cioè per
tutta la Chiesa e per ciascuna comunità cristiana
nella Chiesa.
Compito particolare di un religioso è essere segno profetico
della viabilità e della validità del Regno
nella Chiesa e tra il popolo. Questa testimonianza
precede qualunque specie di predicazione esplicita.
L'esperienza della copiosa Redenzione, della
realtà dell’amore del Padre deve realizzarsi
primieramente nel seno della propria comunità
religiosa. Senza questa esperienza personale
sarà difficile (se non impossibile) predicare
agli altri questo amore.
«Ogni Redentorista, sempre docile al magistero della Chiesa,
deve essere in mezzo al mondo un servo umile
ed audace della Buona Novella di Cristo, Redentore
e Signore, principio e modello dell’umanità
rinnovata. Questa Buona Novella ha per oggetto
peculiare «l'abbondanza della Redenzione»,
cioè l'amore di Dio Padre che «ci ha amati
per primo e ha mandato il suo Figlio nel mondo
come vittima espiatrice dei nostri peccati»
(1Jo 4,10) e che, per mezzo dello Spirito
Santo vivifica ognuno che crede in Lui» (Cost.
6).
17. La realtà
della consacrazione religiosa ha in sé stessa
una forza evangelizzatrice, quando si incontra con coloro che stanno al di fuori della nostra comunità, giacché si propone
come sfida agli ideali della società mondana.
La società mondana si manifesta come individualista
e desiderosa di possedere, la comunità apostolica
redentorista invece contesta questa
realtà, mediante la partecipazione comunitaria
e la condivisione di tutti i beni posti in
comune. La società mondana si rivela dominatrice
e violatrice della dignità umana, la testimonianza
della comunità redentorista, invece, consiste
nel rispetto incondizionato per tutti i confratelli
nell'uguaglianza e nella fraternità.
18. Le nostre
Costituzioni parlano spesso di testimonianza:
Siamo testimoni del Vangelo della grazia di
Dio, e come tali «proclamiamo, prima di tutto,
l'altissima vocazione dell'uomo e del genere
umano» (Cost. 7).
«Valuteranno assiduamente che cosa fare o dire, secondo
le circostanze: se annunciare Cristo esplicitamente
o limitarsi alla testimonianza silenziosa
della presenza fraterna» (Cost. 8).
«…i missionari debbono offrire la testimonianza della carità
di Cristo con grande pazienza, prudenza e
fiducia, cercando in tutti i modi di rendersi
prossimi di ognuno. Questa offerta della carità
si compie con la preghiera, col servizio sincero
verso gli altri e con la testimonianza della
vita, in qualunque modo si renda» (Cost. 9).
«Dalla testimonianza della vita e della carità sorge la
testimonianza della parola» (Cost. 10).
19. Questa testimonianza
di vita e di carità è possibile a tutti nella
nostra Congregazione. Ed è per questo che
le nostre Costituzioni affermano che tutti
i Redentoristi sono veramente missionari:
«chi è occupato nella varie mansioni del ministero
apostolico e chi ne è impedito...» (Cost.
55).
Con la totale dedicazione alla missione di Cristo, i congregati
partecipano all'abnegazione della croce del
Signore, alla sua verginale libertà di cuore
e alla sua completa disponibilità per la salvezza
del mondo. Perciò mentre annunziano la vita
nuova e eterna, debbono essere davanti agli
uomini segni e testimoni della potenza della
risurrezione di Cristo» (Cost. 51).
20. Di conseguenza,
la comunità apostolica redentorista, nella
quale viviamo e lavoriamo insieme, è per sé
stessa parte dell'autentico
contenuto della nostra proclamazione profetica
e liberatrice della Parola di Dio agli abbandonati
e specialmente ai poveri. La nostra comunità
apostolica è la prova che testimonia la verità
del nostro annuncio; è realmente il mezzo
fondamentale che abbiamo per compiere il nostro
dovere di «manifestare la nostra solidarietà
con i poveri, promovendo i suoi diritti fondamentali
alla giustizia e alla libertà» (Cost. 5),
giacché formando comunità che rispettano debitamente
i diritti e la libertà dei confratelli, diamo
consistenza alla nostra predicazione di giustizia
e di pace.
IV. COME VIVERE
QUESTA TESTIMONIANZA
PROFETICA E LIBERATRICE
IV.1 «Stabilire
rapporti veramente fraterni» (Cost. 36)
IV.1.1 Prima
di tutto, un atteggiamento di fraternità
21. Perché la
nostra comunità apostolica possa dare testimonianza
di questa visione evangelica, e prima di cominciare
a pensare a qualche struttura concreta, o
a qualche modello di organizzazione, è necessario
che costruiamo la comunità sulla base della
fraternità cristiana, cioè, essa deve essere
radicata in un atteggiamento di condivisione
mutua che Gesù ci ha lasciato con la sua parola
e con il suo esempio: «II mio comandamento
è questo: che vi amiate gli uni gli altri,
come io vi ho amati» (Jo 15,12). Questo ideale
di amor fraterno che Gesù ci ha lasciato,
quando è unito alla nostra spiritualità redentorista,
assume la caratteristica di essere la continuazione
della presenza del Santissimo Redentore per
il bene degli altri (Cost. 1).
22. I nostro
voti si pongono come la base di questo atteggiamento
di mutua fraternità:
L'obbedienza, che rigetta qualunque forma di dominio degli
uni sugli altri, che ci dispone a servire
liberamente (Mc 10,42-45) e che accetta il
sacrificio individuale per il bene comune.
La castità che rinuncia al diritto a un mondo limitato
di affetti per aprire la persona all'amore
di molti come risposta all'esperienza di sentirsi
amati dal Signore. L'impegno per la vita di
castità sviluppa in noi un atteggiamento di
accoglienza per gli altri, di attenzione ad
essi, di sincerità, senza giudicare né condannare,
di avvicinarsi agli altri senza dominarli,
e infine di profonda amicizia.
La povertà che ci dispone «a vivere con lo stesso spirito
che animava la comunità apostolica, rendendoci
segno della vita fraterna dei discepoli di
Cristo» (Cost. 63).
23. Favorendo
questa profonda fraternità cristiana nelle
nostre comunità, compiamo il primo passo fondamentale
nell'annuncio di un Vangelo liberatore di
giustizia e di pace. Se vogliamo veramente
convertire gli altri a questi atteggiamenti
sociali, attraverso i quali la pace e la giustizia
sono possibili nel nostro mondo attuale, dobbiamo
parlare in seguito all'esperienza e con l'appoggio
di una vera comunità cristiana.
24. La parola
chiave che descrive questo atteggiamento di
fraternità è «comunione», come dicono le nostre
Costituzioni.
«La comunità non è solo unione materiale di persone; è
anche comunione fraterna di anime» (Cost.
21).
«La vita comunitaria fa sì che i Congregati, ad imitazione
degli Apostoli (cfr. Mc 3,14; At 2,42-45;
4,32) in un rapporto di sincera amicizia,
mettano insieme preghiere e propositi, lavori
e dolori, successi e insuccessi, e anche i
beni materiali, per servire il Vangelo» (Cost.
22).
25. Una condizione
indispensabile di fraternità, di amicizia
e di comunione è l'apprezzamento e la profonda
stima che dobbiamo avere per le persone, per
le loro capacità e qualità (cfr. Cost. 36).
«Perciò nella comunità tutti sono uguali e
tutti sono partecipi e corresponsabili, ciascuno
a suo modo, nel porre in atto la vita e la
missione intrapresa (Cost. 35). Solo l'accettazione
dei confratelli così come essi sono, apre
il cammino per la comunione, per la fraternità
ed anche per l'amicizia e offre ad ognuno la possibilità
di «scelte personali, promovendo in tutti
una maggiore maturità e responsabilità» (Cost.
36).
IV.1.2 Mezzi
pratici per sviluppare la Comunione fraterna
- Tutti i membri
sono uguali
26. La prima
conseguenza della realtà di una comunità apostolica
è il fatto: «che c'è un unico Padre e che
tutti siamo fratelli» (cfr. Mc 23,8-9). Le
nostre Costituzioni lo affermano chiara mente:
«Nelle comunità tutti i Confratelli sono uguali»
(Cost. 35).
Esistono certamente nelle nostre comunità redentoriste
differenti compiti e servizi da svolgere,
ma che non alterano la realtà che siamo «tutti
fratelli gli uni degli altri». Riflettendo
sulla storia e sulla tradizione della nostra
Congregazione, ci convinciamo che noi Redentoristi
abbiamo bisogno riguardo a questa materia
di una conversione fondamentale.
Su questo punto è importante considerare che la nostra
comunità apostolica conferisce un ruolo a
coloro che non sono chiamati al presbiterato
o che non lo possono esercitare attivamente:
Fratelli, e confratelli di età avanzata o
ammalati, neoprofessi. Se vogliamo formare
realmente una autentica comunità apostolica,
è essenziale che la nostra maniera di trattare
questi confratelli, manifesti la convinzione
che tutti come Redentoristi siamo uguali e
che siamo tutti missionari (Cost. 55).
27. La comunità
redentorista riconosce l'identità missionaria
di ciascuno dei confratelli e a ciascuno affida
la responsabilità di una missione specifica,
sia essa la predicazione esplicita o un ministero
laicale o un servizio domestico alla comunità.
Nel caso dei Fratelli dobbiamo confessare
che ci sono ancora nella Congregazione delle
comunità chi li trattano non come Fratelli,
ma come servi. Il fatto che una persona non
è stata chiamata a predicare esplicitamente
o a celebrare funzioni liturgiche, non vuoi
dire che essa abbia minore diritto alla partecipazione
comunitaria. Il discernimento del ruolo dei
nostri Fratelli e della loro preparazione
perché possano assumere le responsabilità
della propria missione, sia personale come
pastorale, è un diritto che deve essere rispettato
e programmato. La comunità deve provvedere
alla possibilità di lavoro pastorale missionario
per i nostri fratelli che ne abbiano capacità,
e affidare loro la responsabilità di ministeri
pastorali che non richiedono l'ordinazione
sacramentale.
28. il rispetto,
l'accoglienza e la cura dei fratelli di età
avanzata o ammalati è una testimonianza reale
di amore fraterno davanti ad una società abituata
a sottrarre alla vita normale gli anziani
e gli ammalati. Essendo in aumento in molte
(vice-)province il numero di confratelli in
tale situazione, è importante che ciascuna
(vice-)provincia determini la maniera migliore
di at tendere debitamente a questi confratelli.
Da un lato, si deve provvedere alle necessità
fisiche e psicologiche di queste persone e
far in modo che non restino abbandonate a
sé stesse. Dall'altro lato, però, non si può
attendere dalle piccole comunità con impegni
apostolici, che abbiano cura come si conviene
dei confratelli anziani o malati. Ogni (vice-)provincia
deve affrontare questo problema attraverso
un piano che prepari i confratelli a vivere
con le inevitabili limitazioni dovute all'età
o alla malattia, ma che venga incontro alle
necessità prevedibili di queste persone.
29. I neo professi
che si trovano ancora nella fase della prima
formazione, devono anche essi, esser trattati
con rispetto. Si deve permettere loro di partecipare
alla realtà della vita apostolica e comunitaria
della (vice-)provincia nella maniera stabilita
nel loro programma di formazione. L'atteggiamento
di fraternità cristiana richiede da parte
di questi nuovi confratelli che man tengano
una disponibilità rispettosa e aperta ad apprendere
dall'esperienza dei confratelli più anziani,
e nello stesso tempo che evitino la presunzione
proveniente da mancanza di esperienza personale
e di sforzo continuato. Da parte della comunità,
si esige la buona volontà di insegnare con
l'esempio, di permettere nuove forme di preghiera
e di partecipazione e di concedere la libertà
necessaria per nuovi sforzi ed iniziative.
I confratelli giovani che cominciano a integrarsi
nel nostro lavoro non possono essere considerati
come semplici sostituti o come continuatori
che devono ripetere unicamente quello che
si è fatto sempre. Il rinnovamento pastorale
e comunitario è impossibile senza una integrazione
tra esperienza dei più anziani con la creatività
e l'energia dei giovani. Se vogliamo una Congregazione
sempre rinnovata, sforziamoci di animare tutti
i confratelli all'apertura alle nuove necessità
pastorali e ai nuovi metodi di evangelizzazione.
- Vivere insieme
30. Una comunità
di comunione fraterna richiede tempo per giungere
all'unità. Ogni comunità locale deve trovare
momenti naturali ed opportuni perché la maggior
parte dei confratelli vivano insieme. Questi
momenti devono essere regolari e tutti i giorni
nelle case in cui la comunità vive insieme,
tutti i mesi o ogni settimana nelle comunità
dove i confratelli devono vivere separati.
Il tempo delle refezioni e un momento naturale
di comunione fraterna. La refezione comune
è il segno più naturale dell'amicizia: quelli
che dividono il proprio pane, condividono
il mezzo fondamentale di sopravvivenza. Ogni
comunità deve sforzarsi perché si abbia m
essa regolarmente una refezione comune. Sono
essenziali anche momenti di ricreazione comune,
sia giornalieri, sia in occasione di feste
speciali, momenti vissuti in «gaudeamus»
o in gite fuori casa, ecc.
31. Un secondo
passo di grande importanza sono le riunioni
comunitarie regolari. Non parliamo, qui delle
riunioni destinate a prendere decisioni su
punti pratici, o orano, bilanci, ecc. che
si devono tenere in tutte le comunità. Hanno
maggior importanza a riguardo del nostro tema
le riunioni nelle quali condividono atteggiamenti,
prospettive teologiche, preoccupazioni, ansie
ecc Diverse province elaborano programmi semplici
di riunioni di revisione di vita che svolgono
ogni tre o quattro mesi Queste riunioni hanno
come punto centrale la lettura della Sacra
Scrittura o delle nostre Costituzioni, dando
tempo per la riflessione personale, per la
preghiera e per la condivi-sione di idee.
Sono questi i momenti in cui si apre la vita
interiore gli uni agli altri, riuscendo così
a verificare suscettibilità, necessità, gioie
e sofferenze che costituiscono la base della
comprensione fraterna e per una vicendevole
manifestazione.
E mentre cominciamo a rimuovere gli ostacoli che ci impediscono
di vedere e comprendere le debolezze umane
gli uni degli altri, ci sarà possibile aiutarci
a vicenda.
32. E infine,
non possiamo tralasciare di accennare, all'ultimo
fondamento per realizzare questa fraternità
cristiana: desiderare e chiedere la conversione.
Abbiamo bisogno di chiedere al Signore il
dono di convincerci della uguaglianza fondamentale
di tutti i confratelli e di favorire il desiderio
sincero di realizzare insieme il nostro progetto
missionario. La realtà della comunità cristiana
richiede la grazia della conversione, dell'umiltà,
della sete di giustizia. E per questo richiede
anche nuova comprensione della preghiera comune
e un vivo interesse per la stessa.
33. Un compito
importante di tutte le comunità cristiane,
come le nostre, che desiderano vivere il Vangelo
in fraternità, è l'assimilazione della Parola
di Dio in comune. Una comunità che non può
pregare insieme non può essere una fraternità
cristiana. La condivisione della Parola di
Dio deve illuminare gli avvenimenti della
comunità e degli uomini, dei quali siamo al
servizio, in modo da produrre atteggiamenti
concreti di impegno per la giustizia e la
pace. L'uso adeguato dei tempi di preghiera
comunitaria può offrire questa possibilità.
Ogni comunità deve avere celebrazioni regolari
della Eucaristia, e/o della Liturgia delle
ore In modo che, mediante l'omelia o le riflessioni
partecipate, il gruppo possa vedere il suo
centro e la sua ispirazione nel Vangelo di
Gesù. La preghiera comune di supplica per
la nostra missione evangelica fa in modo che
«quando due o tre si riuniscono in terra per
chiedere qualunque cosa, la ottengono dal
Padre che nei cieli» (Mt 18,19). Di conseguenza,
sia in casa, 'sia nei periodi di lavoro missionario,
riunirsi per pregare costituisce la garanzia
della nostra fede nella natura evangelica
della nostra comunità.
IV.2 «Un genere
di vita, povero nella realtà
e nell'affetto» (Cost. 68)
34. La testimonianza
evangelica della nostra vita comunitaria e
«la carità missionaria esige che abbiamo un
tenore di vita realmente povero, conforme a quello dei poveri che dobbiamo
evangelizzare. Solo in questo modo dimostreremo
solidarietà coi poveri e diventeremo per loro
un segno di speranza» (Cost. 65).
35. Lo scandalo
attuale della crescente accumulazione di ricchezza
da una parte e di impoverimento dei due terzi
dell'umanità, dall'altra, nonostante 20 secoli
di predicazione della Buona Novella di Gesù,
ci deve portare necessariamente ad una revisione
della nostra vita di povertà. Dobbiamo riconoscere
che anche la povertà religiosa è stata gravemente
ferita dal secolarismo e dal consumismo, che
non solo allontana il nostro livello di vita
comune da quello della maggior parte dell'umanità,
ma ci rende anche incapaci di essere sensibili
alla ingiustizia sociale.
36. Senza dubbio,
lasciarsi interpellare dai poveri (a pauperibus
evangelizari), significa rendersi coscienti
come comunità della situazione di ingiustizia
sociale che c'è nel mondo e testimoniare la
possibilità di vivere in maniera diversa.
Per questo motivo abbiamo bisogno della grazia
e di decisione per cambiare scelte e atteggiamenti
impropri perché le proposte di Gesù siano
credibili.
37. Dobbiamo
recuperare con profonda serietà molti aspetti
del l'esperienza e del messaggio di S. Alfonso
sulla consacrazione alla povertà dei Redentoristi,
se vogliamo rispondere affermativamente all'appello
che il tema principale del Capitolo Generale
ha fatto alle comunità. Considereremo ora
quattro aspetti che devono richiamare la nostra
attenzione perché più importanti.
IV.2.1 Condivisione
dei beni
38. Qualunque
sia la idea che abbiamo della povertà, di
fatto la pratica della povertà nelle nostre
comunità redentoriste, ha avuto sempre come
oggetto il «vivere una vita comune», cioè
nel condividere i beni (cfr. Cost. 64). Pensiamo
che questa condivisione di ogni giorno con
tutte le sue implicazioni è l'unica realtà
della povertà che attualmente è moralmente
possibile praticare per dare senso a questo
voto sia per noi che per gli altri. La capacità
della comunità di condividere i propri beni
in modo che ciascuno riceva ciò che è necessario,
che nessuno si senta obbligato a cercare regali
fuori della comunità, che nessuno procuri
di avere cose migliori degli altri e che tutti
desiderino collaborare con tutto quello che
guadagnano o con il loro lavoro, non può non
essere un segno di speranza per il mondo.
«Mettere liberamente in comune tutti i beni
fomenta mirabilmente lo spirito di partecipazione
e comunione, specialmente con gli umili e
i poveri. Ad imitazione di Cristo che tutto
ci ha donato, la povertà implica l'idea di
compartecipazione» (Stat. 044).
39. La nostra
condivisione di beni nella comunità e nella
Congregazione da testimonianza di un modello
alternativo di società al mondo capitalista
e al mondo socialista. Il mettere insieme
i nostri beni e guadagni per il bene comune
o per le necessità dell'apostolato è veramente
un atto effettivo di giustizia distributiva.
40. E' anche
nostro obbligo condividere i nostri beni con
coloro che non appartengono alla comunità.
Ciò significa che dobbiamo evitare l'arricchimento
economico a livello istituzionale e dare perciò
testimonianza di solidarietà concreta con
l'enorme maggioranza della razza umana che
manca di mezzi di sussistenza. Se nella Congregazione
è inammissibile un atteggiamento di proprietà
privata personale, la proprietà privata della
comunità deve essere sottoposta a revisione.
Davanti alle necessità fondamentali non soddisfatte
di tanti poveri, forse certi progetti di case
nostre, di nostri mezzi di locomozione, del
nostro mobilio, sono peccaminosamente fuori
luogo. Giudichiamo che, la nostra seria pianificazione
finanziaria deve tener conto della generazione
presente, senza creare una pericolosa ricchezza
per la prossima.
IV.2.2 II distacco
41. Lo spirito
di condivisione, di cui abbiamo accentato
sopra, non è possibile senza un atteggiamento
fondamentale di distacco che era caratteristica
della spiritualità di S. Alfonso. Il distacco
implica un allontanamento spirituale e a volte
anche un allontanamento geografico dal modello
materialista e consumista nel quale ci troviamo:
stare nel mondo, ma non inserirsi nelle ingiustizie
del suo sistema (Jo 17,14-15). Se il desiderio
di possedere sempre di più e l'attacco ai
beni materiali (che sono realmente 'i segni
del nostro tempo' si introducessero nelle
nostre comunità, la nostra vita personale,
comunitaria, (vice-)provinciale, finirebbe
per porre l'avere sopra l'essere, trasformandoci
in agenti dell'ingiustizia attuale. Per cui
ci sembra importante che nelle nostre comunità
si affrontino temi come questo: le riserve
monetarie che accumuliamo per il futuro; l'uso
personale di fondi e doni; il livello di comfort
o l'immagine che diamo nella scelta delle
auto, degli hobby; la durata e la frequenza
delle ferie ecc. Non esistono risposte facili
per questi problemi delicati; né si presenta
rapido un accordo o una concordanza di vedute.
Tali decisioni si possono prendere solamente
con un desiderio profondo di conversione al
Signore «il quale, essendo ricco si fece povero
per noi, per arricchirci con la sua povertà»
(2Cor 8,9). Questo senso del distacco costituisce
un segno importante che la nostra comunità
fraterna può offrire al nostro tempo e al
nostro mondo che non desidera condividere,
ma unicamente salvaguardare quanto possiede.
IV.2.3 Austerità
42. La nostra
comune condivisione sarà seria solamente se
ciascuno cerca di limitare i propri desideri
e di evitare la creazione di necessità artificiali
trasformando quello che è solamente 'utile'
in 'indispensabile' e quello che è realmente
'superfluo' in 'necessario'. Austerità significa
contentarsi di ciò che è necessario per la
nostra vita; alimentazione sufficiente, abitazione
decente, salute sufficiente, formazione iniziale
e continua, strumenti necessari per il lavoro
pastorale e mezzi appropriati di riposo e
di ricreazione. L'eliminazione di un accumulo
superfluo di beni, o, e questo è molto più
importante, della creazione di necessità artificiali,
dipende da una sensibilità sociale radicata
nel Vangelo. Costituisce una risposta della
comunità alla chiamata di Cristo: vedere la
sua presenza nei poveri che ci circondano
e nelle urgenti necessità materiali di tanti altri.
Non possiamo giustificare spese con beni superflui
per noi, per le nostre case, per le nostre
Province, quando con esse potremmo pagare
ciò che è necessario per la sopravvivenza
di altri esseri umani. «I Redentoristi, come
membri di un Istituto consacrato alla evangelizzazione
dei poveri, siano particolarmente sensibili
alla povertà e ai gravi problemi sociali che
oggi travagliano quasi tutta l'umanità» (Stat.
044).
IV.2.4 Le nostre
Case
43. O progetti
delle future fondazioni devono riprendere
seriamente la pratica di S. Alfonso a riguardo
alla situazione delle nostre case, cioè che
siano fondate tra coloro che dobbiamo servire
per rimanere sempre a loro disposizione. E'
un fatto chiaro per la sociologia che il luogo
sociale nel quale si vive, condiziona i propri
convincimenti e abitudini. Condiziona perciò
la nostra vita di comunità. Siamo stati fondati
per evangelizzare specialmente i poveri: di
conseguenza dobbiamo vivere dove essi si trovano.
Uno dei grandi scandali della nostra Congregazione
consiste nel fatto che alcune (vice-)province
sono legate a fondazioni per una malintesa
idea dovuta al fatto che avendo la Congregazione
fondato una casa si deve dare la priorità
al mantenimento del lavoro apostolico nel
luogo. Legarsi a fondazioni che hanno perso
del tutto la ragione di essere una vera presenza
redentorista è una contraddizione con una
delle caratteristiche fondamentali del distacco
dei Redentoristi: «Abbracceranno di buon grado
anche quelle situazioni che potranno obbligarli
a spostarsi da un luogo all'altro per vivere
in tal modo con spirito di abnegazione la
libertà evangelica» (Cost. 67), In molti casi
questo legame impedisce la possibilità di
lanciare iniziative che potrebbero servire
molto meglio gli abbandonati, specialmente
i poveri.
IV.3. Comunità
aperta
44. Evangelizzare
i poveri ed essere da loro evangelizzati,
significa che noi come comunità, dobbiamo
essere vicini al popolo. Questa è stata una
forte tradizione sin dall'inizio della Congregazione,
ed è sottolineata molto fortemente nelle nostre
Costituzioni:
«Per uno sviluppo efficiente dell'attività missionaria
non basta collaborare con la Chiesa, ma occorre
anche una conoscenza esatta e pratica del
mondo. Con esso perciò i congregati debbono
aprire con fiducia un dialogo missionario.
Interpretando con fraterna solidarietà i problemi
che travagliano gli uomini, cerchino di discernere
in essi 1 veri segni della presenza e del
disegno di Dio» (Cost. 19).
La comunità «deve essere così aperta al mondo da saper
scoprire, attraverso i contatti umani, i segni
dei tempi e dei luoghi per rendersi più disponibile
alle esigenze dell'evangelizzazione» (Cost.
43).
45. Una delle
più importanti tradizioni della nostra Congregazione,
sin dall'inizio, è la così detta «missione
permanente», iniziata proprio da S. Alfonso.
Uno degli elementi di questa missione era
la preghiera con il popolo: due volte al giorno,
la comunità faceva la sua meditazione insieme
con il popolo nelle nostre Chiese, come pure
la visita al Santissimo Sacra mento. Questa
tradizione si è perduta quando abbiamo cominciato
a riunirci nella cappella delle nostre case
per la preghiera di comunità.
La preghiera manifesta la nostra fede, e quando la facciamo
insieme con il popolo, si trasforma in annuncio
autentico. Invitare il popolo e facilitarle
la partecipazione alla nostra vita di preghiera
comune è una espressione di spiritualità alfonsiana
che vale la pena ricuperare.
46. L'ultimo
Capitolo Generale ha sottolineato vigorosamente
la nostra collaborazione con il laicato. Non
dobbiamo restringerla alla collaborazione
nell'apostolato: se la legge essenziale della
nostra vita è vivere in comunità e attraverso
la comunità esercitare il nostro apostolato
(cfr. Cost. 21), ciò implica inserire in qualche
maniera i laici che con noi collaborano nella
nostra vita di comunità. Concepire in tal
maniera la collaborazione dei laici può giungere
a dar vita all'arido concetto di oblati.
Vogliamo invitare le province che promuovono queste nuove
forme di associazione con i laici e redigono
programmi per laici associati, a continuare
nei loro sforzi e a comunicare le loro esperienze
ad altri.
47. Le nostre
comunità hanno una missione speciale per i
giovani. Molti giovani stanno cercando una
esperienza di accoglienza, di vita comune
e di condivisione, mediante la quale giungere
a scoprir il senso e l'orientamento della
loro vita. Le nostre comunità potrebbero svolgere
questo ruolo.
Nel loro messaggio ai Redentoristi, dopo l'incontro di
Pagani, i giovani hanno detto: «E' necessario
rinvigorire l'impegno di mantener viva la
possibilità che i giovani incontrino Cristo.
Perché questo avvenga, è necessario che apriate
le vostre case come luoghi di accoglienza
e di preghiera per i laici e specialmente
per i giovani che sono i nuovi poveri del
mondo...Non abbiate paura di condividere con
noi la spiritualità di S. Alfonso e gli avvenimenti
della sua vita.
48. «In certi
casi i Congregati col consenso della comunità,
possono essere indotti a condividere realmente
lo stato di insicurezza e di penuria dei poveri
più disagiati» (Stat. 045). Tutte le comunità
redentoriste devono essere vicine al popolo,
ma non tutte si possono inserire nel senso
di questo Statuto.
In alcune Province, specialmente del Terzo Mondo, alcune
comunità stanno praticando le raccomandazioni
di questo Statuto vivendo come «comunità inserite»:
vale a dire comunità che adottano lo stile
di vita dei poveri tra i quali vivono e lavorano
con essi nella loro lotta per la libertà.
E' grande il nostro apprezzamento verso queste
comunità e verso questi confratelli.
Ma può darsi il caso che la vita in queste comunità inserite,
diviene difficile e a volte esercita una grande
pressione psicologica sui confratelli. Essi
hanno bisogno perciò dell'appoggio pieno della
loro Provincia. Inoltre, il Governo Provinciale
deve offrire a questi confratelli spazio e
tempo per vivere come una vera comunità redentorista,
per evitare il pericolo del logoramento.
49. Molte Province
hanno difficoltà a comprendere e a praticare
specialmente la seconda parte del tema del
sessennio: «a pauperibus evangelizari».
Una maniera per scoprirne il vero senso potrebbe essere
l'aprire di più le nostre case alla gente:
ascoltarli, condividere con essi la fede,
la preghiera, il discernimento; lavorare con
loro in modo che non venga disturbata la conveniente
vita privata dei confratelli.
Siamo convinti che una conversione nel nostro modo di sentire
e di vivere la comunità, come pure la nostra
vita personale, può produrre un atteggiamento
di maggior apertura nella nostra vita di comunità.
V. CONCLUSIONE
50. Verso la
fine del nostro primo Communicanda
sul Tema principale, abbiamo presentato alcuni
punti per la riflessione. Alcuni di essi si
riferiscono alla «Vita comunitaria e solidarietà
verso i poveri» (cfr. Communicanda
4, n. 9.3).
Vogliamo riferirci di nuovo ad essi:
«La vita comune dei congregati corrisponda realmente alla
mentalità di ogni regione e offra una testimonianza
efficace di povertà e di solidarietà con i
poveri» (Stat. 046.2).
Il nostro stile di vita in comune deve corrispondere alla
situazione delle persone tra le quali viviamo
e lavoriamo. Questo si chiama acculturazione.
La nostra opzione per i poveri richiede ugualmente
una semplicità di vita che renda più autentica
la nostra evangelizzazione tra i poveri.
-
Il nostro
stile di vita manifesta la nostra solidarietà
con i poveri ai quali annunciamo il Vangelo?
-
Le nostre
comunità sono aperte e accoglienti per le
persone alle quali siamo inviati?
-
Vediamo
qualche possibilità di condividere l'attuale
penuria e la condizione di insicurezza dei
poveri, come proposto nello St. 045?
-
Come
ci comportiamo di fronte al denaro (il nostro
modo di possedere, di investire, di spendere)?
-
Come
pratichiamo la solidarietà con i poveri all'interno
della stessa Congregazione?
51. Tante persone
vivono nel mondo sole, abbandonate e senza
speranza. Vanno cercando una alternativa per
una esperienza diversa nelle società in cui
vivono. Le persone hanno bisogno di sentire
e sperimentare la Buona Novella che è l'abbondante
Redenzione e la liberazione. Cerchiamo di
vivere questa alternativa nelle nostre comunità
come annuncio profetico e liberatore di tale
Buona Novella.
Ma «quando giunge l'ora (cfr. Col 4,9) e il Signore apre
loro le porte dell'annuncio, i Redentoristi
sono sempre pronti a dare testimonianza della
speranza che è nei loro cuori (cfr. 1Pt 3,15)».
Il nostro annuncio esplicito della parola completa, pertanto,
la testimonianza silenziosa della presenza
fraterna con l'annuncio fiducioso e costante
del mistero di Cristo (cfr. Cost. 10).
Fraternamente vostro in Cristo Redentore
Juan M. Lasso de la Vega, C.Ss.R.
Superiore Generale